Qual è il rischio di burnout oggi per gli operatori sanitari? Scarso riconoscimento del merito, carichi di lavoro eccessivi e stipendi inadeguati. Eppure, c’è qualcosa che li trattiene in corsia: la relazione di cura e la gratitudine dei pazienti
Nelle corsie e nei lunghi corridoi degli ospedali, dove il ticchettio dell’orologio si confonde con i battiti accelerati del cuore dei pazienti, medici e infermieri combattono ogni giorno la loro battaglia su due fronti: quello contro la malattia e quello contro il burnout.
Ma nell’arena, emerge un baluardo inaspettato: la relazione di cura.
Uno studio indipendente, promosso da ISTUD Sanità e Salute, dal titolo “La vita nelle organizzazioni sanitarie”, ha esplorato il vissuto di 176 professionisti sanitari tra dicembre 2023 e gennaio 2024, rivelando che, nonostante il rischio di burnout dovuto ai carichi di lavoro eccessivi e alle scarse risorse, c’è un’isola che resiste: la relazione tra medici, infermieri e pazienti.
La resilienza nell’assistenza: la forza del legame umano
Sono sempre più numerose le ricerche che evidenziano l’allarmante stato di affaticamento del personale sanitario, con dati che segnalano un medico su due e quasi uno su due infermieri al limite del collasso emotivo.
Questo nuovo studio, invece, svela una realtà diversa, dove la relazione con il paziente diventa una fonte di motivazione e realizzazione, una luce nella penombra organizzativa e dello scarso riconoscimento economico.
Il 73.9% delle risposte proviene da donne, il 25.5% da uomini, lo 0.6% scrive “altro”. Secondo i dati dell’OMS, nel 2019 in Italia il 70% delle professioni di cura è affidato alle donne; in questo senso, la ricerca è allineata con questo dato.
Per le professioni sanitarie, il 44.4% è medico, il 43.3% è infermiere, mentre il restante 12.3% sono psicologi, fisioterapisti, logopedisti e altre figure assistenziali.
La voce delle professioni sanitarie, narrata in quest’indagine, racconta di un disagio che, se pur presente, quasi si scioglie quando entra in gioco il contatto umano.
Il test del burnout, condotto con il Maslach Burnout Inventory, conferma che la depersonalizzazione nei confronti dei pazienti è minima, mentre l’esaurimento emotivo si attesta più sulle dinamiche gestionali che non sulla pressione nervosa data dai bisogni e dalle richieste degli assistiti. È il sistema, la stanchezza, la fatica, l’energia richiesta, che non è più un carico umano, ma diventa disumano. Per questo motivo lo stesso concetto di Compassion Fatigue, la fatica da troppa compassione verso i pazienti, è messo in crisi. La compassione paradossalmente diventa energia, motiva, fa dare il meglio di sé, non esaurisce.
Le energie sono messe in crisi dalla routine. Quel “mi sento stanco di mattina”, il rischio di burnout, è nascosto nei carichi di lavoro ed è qui che bisogna intervenire. Benché i professionisti riferiscano di sentirsi poco valorizzati e coinvolti dalle strutture per le quali lavorano, è quindi nell’essenza stessa della cura che trovano la forza di andare avanti.
L’appello che emerge da questo studio è chiaro: il servizio sanitario deve evolversi, riconoscendo e sostenendo chi, ogni giorno, rende possibile la cura.
Il burnout non è inevitabile, è un campanello d’allarme che richiede attenzione. Al management spetta il compito di riconoscere il valore del lavoro svolto dai suoi dipendenti, perché la cura inizia proprio dal riconoscimento dell’impegno quotidiano di chi lavora negli ospedali.
