I disturbi del neurosviluppo sono in aumento, le diagnosi sono sempre più precise, eppure la scuola fatica a gestire questi bambini e bambine. Fatica, poche risorse, noncuranza, o incompetenza? Cosa non sta funzionando nella scuola italiana quando si parla di disabilità e disturbi del neurosviluppo? E cosa potrebbe funzionare? Ne abbiamo parlato con Cristiano Termine, Professore di Neuropsichiatria Infantile presso l’Università degli Studi dell’Insubria di Varese e membro della Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile (SINPIA). Che ci ha parlato anche di un interessante progetto che potrebbe fare da apripista per tutta l’Italia
Professor Termine, si parla molto dell’aumento dei disturbi neuropsichiatrici infantili. È un dato reale? E come dovrebbe rispondere la scuola?
“Effettivamente stiamo osservando un incremento significativo nella diagnosi di questi disturbi, dovuto in parte a un reale aumento epidemiologico e in parte a una maggiore capacità diagnostica. La neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza rappresenta il punto di riferimento per tutti i disturbi del neurosviluppo e storicamente ha sempre mantenuto un legame con le istituzioni scolastiche. All’inizio questa collaborazione riguardava principalmente i casi di grave disabilità – pensiamo alle paralisi cerebrali infantili, all’autismo severo o alla disabilità intellettiva – dove la necessità di un supporto in classe è immediatamente evidente.
In cosa consiste questa collaborazione con la scuola?
Il nostro lavoro inizia con la valutazione del bambino o bambina e la creazione di un profilo di funzionamento, che descriva in dettaglio le sue abilità, i punti di forza e le fragilità. Questo documento ha un obiettivo preciso: fornire agli insegnanti e agli educatori gli strumenti necessari per sviluppare strategie didattiche che valorizzino i punti di forza e compensino le fragilità. La scuola, a sua volta, deve tradurre questo profilo nel Piano Educativo Individualizzato, il PEI, che rappresenta lo strumento ufficiale per personalizzare l’approccio didattico. Il processo richiede incontri periodici attraverso i Gruppi di Lavoro Operativi, i cosiddetti GLO, ma qui emerge il primo grande ostacolo: i numeri. Nella sola provincia di Varese, abbiamo circa 5.000 studenti con disabilità certificata, 2.500 insegnanti di sostegno e appena 25 neuropsichiatri infantili. Questa sproporzione rende praticamente impossibile per noi partecipare ai 15.000 incontri operativi annuali che sarebbero necessari. Va detto che non tutti questi bambini sono seguiti dal servizio pubblico; alcuni si rivolgono a specialisti privati che possono interfacciarsi con la scuola. Naturalmente, riusciamo a dedicare più tempo ai casi più complessi, mentre quelli più gestibili vengono spesso affrontati autonomamente dalla scuola in collaborazione con la famiglia.”
Oltre ai bambini con disabilità certificata, ci sono anche quelli con disturbi che non richiedono il sostegno. Che numeri abbiamo?
“Esattamente, oltre ai bambini con disabilità che necessitano di un insegnante di sostegno, esiste tutta una categoria di studenti con disturbi del neurosviluppo che non richiedono questo tipo di supporto. Mi riferisco principalmente ai DSA, i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, come la dislessia, o all’ADHD non grave, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Per questi bambini non si attiva un Piano Educativo Individualizzato, ma un Piano Didattico Personalizzato, il PDP, che prevede misure di adattamento del contesto alle caratteristiche specifiche del ragazzo, senza la necessità di un insegnante aggiuntivo.
Se consideriamo anche questa categoria, i numeri si triplicano: dai 5.000 bambini con disabilità certificata nella nostra provincia arriviamo a circa 15.000 studenti che necessitano di qualche forma di personalizzazione. Tutti questi ragazzi hanno bisogno di una valutazione funzionale che evidenzi i loro punti di forza e di fragilità, e fornisca spunti concreti per il piano didattico personalizzato.
Il PDP è uno strumento della scuola: il consiglio di classe, sulla base della valutazione specialistica e delle osservazioni dirette in aula, stabilisce quali misure e strumenti applicare, teoricamente in condivisione con i genitori, che dovrebbero poter leggere il documento e verificare che non ci siano aspetti trascurati, magari con il supporto dello specialista. Ma nella realtà quotidiana, questo processo incontra numerose difficoltà.”
Per l’appunto: sulla carta il nostro sistema di inclusione sembra eccellente, essendo l’Italia l’unico paese che ha eliminato le classi separate. Cosa si inceppa nella pratica?
“Fondamentalmente, ognuno dovrebbe svolgere il proprio ruolo: noi siamo esperti dell’apprendimento e dei suoi disturbi, gli insegnanti sono esperti dell’insegnamento. Il PDP rappresenta il punto di congiunzione tra questi due mondi, ma la sua efficacia dipende molto dalla preparazione degli insegnanti. In teoria, gli educatori dovrebbero aver acquisito competenze specifiche per gestire la grande variabilità che caratterizza ogni classe. Molti insegnanti si spendono con passione e competenza nella gestione dei bambini con disturbi del neurosviluppo ma altri si limitano a tradurre le indicazioni specialistiche in un insieme standardizzato di misure, spesso inefficaci perché non realmente personalizzate. A volte si applicano interventi che non servono e non si adottano quelli che sarebbero davvero utili.
Da parte nostra, la responsabilità è quella di produrre documenti chiari, comprensibili sia per i genitori sia per la scuola, con indicazioni precise e concrete. E questo fortunatamente sta avvenendo in molti servizi di neuropsichiatria. Ma la traduzione di questi documenti clinici in un PDP effettivamente applicato è responsabilità del mondo educativo, che a volte si scontra con vari ostacoli: la libertà di insegnamento, la resistenza all’aggiornamento professionale, questioni deontologiche non sempre gestite adeguatamente.
Ci sono insegnanti che, pure in buona fede, non hanno davvero compreso cosa dovrebbero fare. Altri invece nutrono veri e propri pregiudizi, ritenendo che ‘oggi sono tutti DSA’ o ‘oggi sono tutti autistici’, non riconoscendo la validità scientifica di queste diagnosi. Eppure, l’aumento dei casi è un dato oggettivo, dovuto sia a un effettivo incremento epidemiologico di alcune condizioni – per l’autismo non c’è alcun dubbio – sia a una maggiore sensibilità e capacità diagnostica. L’ADHD, per esempio, fino al 2013 ufficialmente ‘non esisteva’ in Italia, mentre ora è riconosciuta come una condizione clinica reale.”
Molti genitori si scontrano con questa realtà, con pagelle dove si riportano problemi di distrazione per bambini con ADHD, benché sia chiaro che la disattenzione è una caratteristica di questa malattia. Quanto può impattare questa mancanza di comprensione sullo sviluppo dei bambini?
“Queste esperienze sono purtroppo molto comuni e toccano un punto cruciale. Quello che descrive è profondamente scoraggiante, non solo per il genitore, ma soprattutto per il bambino stesso, che crescendo prende sempre più coscienza di sé e delle proprie peculiarità. Sentirsi continuamente ripetere ‘ti distrai, ti distrai’ quando si ha l’ADHD è come rimproverare una persona paraplegica perché non cammina. È una caratteristica costitutiva della sua condizione, non una scelta o un comportamento modificabile con la semplice volontà. L’impatto di questa incomprensione sul bambino può essere devastante. Non si tratta solo di autostima, ma di costruzione dell’identità stessa. È proprio per questo che negli ultimi anni ci stiamo muovendo con determinazione verso l’intercettazione precoce dei disturbi. Prima identifichiamo queste condizioni, prima possiamo attivare percorsi di supporto adeguati e rendere l’esperienza scolastica non traumatica.
Molti disturbi del neurosviluppo si complicano proprio a causa della reiterazione di situazioni di incomprensione e frustrazione. Un bambino con ADHD che viene continuamente ripreso per la sua disattenzione, senza ricevere strategie di supporto appropriate, svilupperà probabilmente problemi comportamentali secondari, oppositività, ansia da prestazione, e in alcuni casi persino depressione. Quello che possiamo fare come sistema è creare un ambiente inclusivo, con insegnanti capaci non solo di riconoscere le difficoltà, ma anche di essere proattivi nell’affrontarle.”
Voi state lavorando a un progetto per identificare precocemente questi bambini. Di cosa si tratta?
Il progetto Indaco rappresenta una vera rivoluzione nel nostro approccio ai disturbi del neurosviluppo. È un’iniziativa finanziata dalla Regione Lombardia che mira a creare una rete solida tra ogni unità di neuropsichiatria infantile e l’ufficio scolastico del rispettivo territorio. L’obiettivo è l’identificazione precoce e l’intervento tempestivo. Il funzionamento è piuttosto semplice ma estremamente efficace. Nell’ultimo anno della scuola dell’infanzia e nel primo anno della scuola primaria, tutti gli insegnanti applicano specifiche griglie di osservazione per identificare bambini con potenziali fragilità. Non si tratta di fare diagnosi, ma di riconoscere segnali di attenzione in diverse aree: linguaggio, competenze relazionali e sociali, comunicazione, e nel caso della primaria, anche le prime abilità di lettura, scrittura e calcolo.
Una volta identificati i bambini con possibili difficoltà, gli insegnanti utilizzano due vademecum, appositamente creati per la scuola dell’infanzia e per la primaria, che contengono una serie di attività di potenziamento da proporre in classe. Queste attività sono specifiche per l’area di fragilità individuata: ci sono esercizi per l’attenzione, per il linguaggio, giochi di rime e così via.
A maggio, al termine dell’anno scolastico, gli insegnanti riapplicano le griglie di osservazione. I bambini che risultano ancora ‘positivi’, nonostante il potenziamento ricevuto, vengono segnalati da un insegnante coordinatore che raccoglie tutti i protocolli del plesso scolastico e li porta direttamente in neuropsichiatria infantile per discutere i singoli casi.
A questo punto, noi neuropsichiatri valutiamo cosa fare: se sono situazioni particolarmente compromesse, programmiamo una valutazione prioritaria, magari durante l’estate, in modo da poter predisporre eventuali supporti prima dell’inizio del nuovo anno scolastico; se sono situazioni che possono beneficiare di un ulteriore potenziamento didattico-pedagogico, consigliamo la prosecuzione delle attività a scuola con un monitoraggio; altri casi vengono inseriti nelle normali liste d’attesa per approfondimenti successivi.
Questo progetto, dopo cinque anni di sperimentazione nella provincia di Varese, sarà esteso a tutta la regione Lombardia entro il 2025-2026. I risultati su Varese sono stati notevoli: abbiamo ottenuto l’adesione del 95% delle scuole del territorio e, soprattutto, abbiamo dimostrato che questa metodologia riduce del 60-70% i casi che necessitano di un intervento specialistico. In pratica, molti bambini inizialmente identificati come ‘a rischio’ rispondono positivamente al potenziamento e non necessitano di ulteriori interventi clinici. Solo quelli con un disturbo reale continuano a manifestare difficoltà nonostante il potenziamento.”
Come viene finanziato questo progetto e come si forma il personale coinvolto?
“La Regione Lombardia ha fatto una scelta importante: ha stanziato un finanziamento di 1 milione e mezzo di euro, distribuito tra tutte le unità di neuropsichiatria infantile della regione, specificatamente per acquisire personale dedicato alla realizzazione di questo progetto. Non si tratta di un finanziamento temporaneo, ma a tempo indeterminato, a testimonianza dell’impegno regionale in questa direzione. Per quanto riguarda la formazione, abbiamo realizzato una FAD, Formazione a Distanza, composta da sette ‘pillole’ da 20 minuti ciascuna, che verranno fruite da tutti gli insegnanti della regione. Non si tratta di una formazione volontaria; ogni ufficio scolastico, all’interno del progetto Indaco, sta già iniziando ad attuare questa formazione nelle proprie scuole. Gli insegnanti devono seguire questa FAD perché dovranno imparare a utilizzare le griglie di osservazione, applicare il potenziamento e comprendere l’uso del vademecum. Un aspetto fondamentale da sottolineare è che questa formazione è destinata a tutti gli insegnanti di classe, non solo agli insegnanti di sostegno. L’obiettivo è che ogni docente titolare sappia identificare i bambini a rischio e applicare le opportune strategie di potenziamento. Questo rappresenta un cambiamento culturale significativo: non si delega più tutta la responsabilità all’insegnante di sostegno, ma si riconosce che l’insegnante titolare è responsabile di tutti gli alunni, non solo di quelli senza difficoltà.
Il progetto punta a un grande salto culturale: far comprendere che non tutti i bambini che incontrano difficoltà hanno necessariamente bisogno di una valutazione specialistica. Alcuni fanno fatica, ma questa fatica può essere superata attraverso un potenziamento mirato. Si evitano così invii inappropriati ai servizi di neuropsichiatria infantile, riservando l’intervento clinico ai casi che realmente lo necessitano.”
E per quanto riguarda gli insegnanti di sostegno? Spesso arrivano da altre regioni senza formazione specifica.
“Quella degli insegnanti di sostegno è una questione complessa che riguarda principalmente il sistema di istruzione. Il progetto Indaco si concentra sulla formazione di tutti gli insegnanti di classe, perché sono loro che hanno la responsabilità primaria dell’identificazione precoce e del potenziamento. Gli insegnanti di sostegno dovrebbero essere formati dal sistema educativo, non dalla sanità, ma è un nodo che non potremo sciogliere finché sarà possibile accedere al ruolo di sostegno senza una specializzazione specifica. Detto questo, all’interno del progetto Indaco, tutti gli insegnanti che entrano in una scuola, inclusi quelli di sostegno, possono e devono seguire la formazione FAD. Non sarà loro responsabilità compilare le griglie o decidere il potenziamento, ma potranno comunque essere di supporto all’insegnante titolare nell’implementazione delle strategie. L’importante è preservare e formare tutti coloro che hanno, per mandato, la responsabilità della classe. Oggi troppo spesso si tende a delegare completamente la gestione del bambino con difficoltà all’insegnante di sostegno, come se non fosse parte integrante della classe. Questo è un errore culturale che il progetto cerca di correggere, ricordando che l’insegnante titolare è responsabile di tutti gli alunni, non solo di quelli senza difficoltà.
Con questo approccio puntiamo a prevenire conseguenze future più gravi, intercettando precocemente i disturbi ed evitando tutte quelle ricadute secondarie che possono complicare il quadro clinico. Pensi ai bambini con ADHD non riconosciuta che sviluppano comportamenti oppositivi, o ai bambini con autismo che, per mancanza di supporto adeguato, manifestano comportamenti problematici sempre più complessi.”
Mi capita di sentire casi di bambini con ADHD o autismo che vengono isolati o lasciati vagare nei corridoi. Non servirebbe anche una valutazione delle attitudini di chi decide di diventare insegnante, soprattutto alle elementari?
“La questione della selezione degli insegnanti è delicata. Parlare di valutazione psicoattitudinale è forse eccessivo, ma certamente servirebbe un sistema di verifica delle competenze e della formazione continua. La scuola primaria è il momento fondamentale per la costruzione della personalità, per l’acquisizione delle competenze di base e per lo sviluppo delle abilità relazionali. Quando il governo Renzi tentò di introdurre un sistema di valutazione dei docenti, incontrò forti resistenze. Non si trattava di valutazioni psicoattitudinali, ma di misure della performance che andassero oltre le prove INVALSI. La questione è complessa e politicamente sensibile, ma necessaria. Dal nostro punto di vista sanitario, stiamo cercando di spostare l’asse verso un approccio sociosanitario, intervenendo direttamente nelle scuole. Molte situazioni sono inopportunamente medicalizzate. Un bambino con disabilità non dovrebbe essere percepito come un limite o un problema, ma come una risorsa che può arricchire l’intera classe. Questa consapevolezza dovrebbe essere acquisita in classe, il luogo dove si formano gli adulti di domani, persone inclusive, accoglienti, capaci di valorizzare le differenze. Si tratta di un cambio di paradigma culturale che richiede tempo e investimenti, ma i risultati di progetti come Indaco dimostrano che è possibile costruire un sistema scolastico realmente inclusivo, dove ogni bambino possa esprimere al meglio le proprie potenzialità, indipendentemente dalle sue caratteristiche neurologiche.”
