Martina è neurotipica, Norberto è autistico, ma lo ha scoperto da poco. Si sono sposati poco più di un anno fa. In sei anni di convivenza, Martina ha intuito che certi atteggiamenti di Norberto non erano comportamenti momentanei, ma caratteristiche peculiari che emergevano in determinati contesti, o situazioni stressanti. La diagnosi di autismo è arrivata all’inizio del 2025.
Un nome che ha definito meglio quei segni e quelle sensazioni, ma non ha cambiato la relazione, ha solo aggiunto una lente attraverso cui capirsi, attraverso cui attribuire certe azioni a certi significati. Essere una coppia mista, o neurodiversa, per Martina e Norberto è sfida e gioia allo stesso tempo.
Martina organizza tutto. Le cene, i weekend, i viaggi, il matrimonio. Norberto scopre cosa faranno circa ventiquattro ore prima.
Non è una svista né una mancanza di rispetto: è un accordo, e sono arrivati a stabilirlo perché a ciascuno dei due risolve un problema diverso. Lui non si stressa a fare le cose, si stressa a pensarci prima. Lei ha bisogno di pianificare, e sa che nella pratica quasi mai salta qualcosa.
«Norberto vuole essere a scatola chiusa fino a circa le ventiquattro ore prima, e comunque si avvale della facoltà di non partecipare», racconta Martina sorridendo. Le visite mediche e le cose importanti restano fuori dall’accordo, per ovvie ragioni. Tutto il resto — amici, parenti, fine settimana — funziona così.
È un buon punto da cui partire, perché è l’esempio più chiaro di una cosa che nell’intervista tornerà più volte: quello che hanno costruito non nasce da una difficoltà di lui, ma dall’incontro tra due modi di funzionare diversi.
Qui potete ascoltare l’intervista integrale:
Chi sono
Martina ha 29 anni, Norberto 33. Vivono a Milano, sono entrambi agronomi di formazione. Lui lavora in Regione Lombardia, si occupa di sussidi europei all’agricoltura; lei è diventata consulente e oggi gestisce team di sviluppatori.
Si sono conosciuti nel 2020, subito dopo la prima riapertura dopo la prima ondata di Covid-19, tramite la sorella di lui. Norberto aveva già finito la triennale, un master, e lavorava come project manager in Uganda: è rientrato per la pandemia e non è più ripartito. Martina stava per iniziare la magistrale, e l’hanno frequentata insieme.
Poi è arrivata la seconda chiusura, e la scelta si è posta subito: o convivere, o separarsi. «Causa di forza maggiore, chi lo sa, è successo in qualche modo». Si sono sposati l’anno scorso, dopo cinque anni insieme, con più di cento invitati in uno spazio trovato dal fratello di lei, «una cosa che poteva essere quasi più una grigliata che un matrimonio».
La diagnosi, arrivata da adulto
Le difficoltà, racconta lui, c’erano sempre state: nell’ambito sociale, comunicativo, scolastico. Ma erano gli anni Novanta, e l’attenzione all’autismo e all’ADHD non c’era né a scuola né altrove.
C’è un aneddoto che racconta spesso. Leggeva, durante l’intervallo, quando il suo amico non c’era e non sapeva bene con chi stare. Un giorno una maestra gli disse che non doveva leggere, che doveva stare con gli altri. «Allora io per tutta risposta prendo il libro, mi chiudo in bagno e leggo per tutto l’intervallo, nascosto».
Da adulto ha scelto lavori più isolati, «sempre in modo inconscio, senza avere una diagnosi vera». La convivenza ha cambiato le cose:
«Prima non avevo convissuto con un’altra persona così a stretto contatto che non fosse della famiglia, e che quindi fosse abituata a questo mio modo di fare.»
Martina se ne accorge poco per volta: il fastidio quando lo interrompe mentre sta facendo qualcosa che gli piace, il tono di voce che sale senza che lui se ne renda conto, alcune frasi dette in modo molto diretto. «Sono tutte cosettine che pian piano metti insieme, e dici: i conti non tornano come dovrebbero. Non vuol dire che non tornano, vuol dire che non è quello che ti aspetti».
Il passaggio più duro Norberto lo dice quasi di sfuggita, parlando del prima:
«I primi problemi sembravano colpa mia. Era un mio carattere, una cosa che dovevo cercare di cambiare, un lato sbagliato.»
A portarlo dallo psicologo sono state le discussioni lunghe, che per lui diventano difficili da gestire per due motivi: l’emotività che entra nel discorso, e la durata. L’autismo è stato il primo argomento che il professionista gli ha suggerito di approfondire.
Le strategie per comunicare le proprie emozioni
Le persone autistiche di livello 1, possono avere difficoltà a comunicare le proprie emozioni. Non significa che non le provino, ma le comunicano in modo diverso rispetto a quanto una persona neurotipica si aspetta. E leggono le emozioni e i bisogni emotivi delle persone in modo differente. Una delle strategie che Norberto e Martina mettono in atto scatta quanto Martina è a disagio, e vorrebbe essere consolata. Ma Norberto non comprende il concetto di consolazione in senso astratto, non ne vede l’utilità. Lei vorrebbe un abbraccio, per lui è inutile: semmai serve indagare il motivo della tristezza, non abbracciarla.
«Se si tratta di cose che hanno un aspetto pragmatico, posso intervenire, dare una mano. Se si tratta di problematiche emotive, senza qualcosa di reale sotto da risolvere, sono molto in difficoltà.» ammette Norberto.
La soluzione è arrivata da lui: ha chiesto a Martina quali azioni l’avrebbero fatta sentire meglio, e lui le fa anche se non ci crede. Un abbraccio, una carezza sulla testa, tenerle le mani finché si calma. Gesti che non gli vengono spontanei e di cui non riconosce l’utilità, perché la sua reazione naturale sarebbe cercare la causa e risolverla. Gesti che però a Martina servono per ritrovare la calma.
«Lei mi dice: quando è così non devi aiutarmi, devi solo consolarmi, darmi un abbraccio. E la mia testa è tipo: ma non serve a niente.»
Martina lo sa, e le sta bene:
«È ovvio che non posso pretendere che lui ci creda nel profondo. Lo so che non ci crede. Ma già si sta impegnando per fare una cosa che per me è utile.»
E ribalta la questione:
«Chi ha detto che è semplicemente un difetto? L’abbraccio non gli viene spontaneo, il bacino non gli viene spontaneo. Dall’altra parte però è una persona che ci metterà anima e corpo per capire quali sono le cause che mi hanno reso triste, e a volte anche per trovare la soluzione. Chi c’ha voglia di impegnarsi così?»


«La persona è più complicata di un’etichetta»
Su cosa abbia significato ricevere una diagnosi da adulto, Martina fa un ragionamento che vale la pena riportare per intero, perché è il più articolato dell’intervista.
Da un lato, dice, sapere aiuta moltissimo: permette di rileggere la propria vita, di capire che non si è sbagliati e che c’erano motivi per cui succedevano certe cose. Dall’altro, avverte, c’è il rischio di nascondersi dietro l’etichetta e di usarla come giustificazione.
«Questo è uno strumento che ti può aiutare a capire, però esiste poi la persona. E la persona è molto più complicata di un’etichetta.»
Ne parla anche in relazione al mascheramento — la fatica di conformarsi al funzionamento della maggioranza, che consuma energie e a volte porta proprio a quelle reazioni che si vorrebbero evitare. La via, secondo lei, sta tra le due cose: né doversi omologare, né lasciarsi andare completamente dietro alla diagnosi.
Cosa si impara stando insieme
Norberto dice che Martina lo ha aiutato a farsi molti meno problemi a parlare in gruppo, a essere più spontaneo, a non pensare troppo a cosa sia giusto dire. E che quando un pranzo di famiglia diventa troppo lungo, è lei a proporgli di uscire cinque minuti a fare un giro.
Poi arriva il passaggio che da solo fa capire come funziona l’autismo.
«Più stai insieme a una persona, più la conosci, meno è lo sforzo che ti richiede. Poi si arriva a un certo punto in cui addirittura ti fa bene, ti ricarica.» dice Norberto
Le aveva detto, tempo fa, che stare con lei è come stare da solo. Martina all’inizio non aveva capito la portata della frase. È, dice oggi, uno dei complimenti più grandi che le abbia mai fatto.
Perché spesso le persone autistiche decidono di stare da sole non perché amino la solitudine, ma perché stare soli richiede meno sforzo sociale, meno mascheramento, meno costrizioni. Le persone autistiche, quando sono a contatto con il pubblico, possono tendere a mascherare i loro comportamenti per non essere giudicati, e questo mascheramento comporta uno sforzo mentale estenuante.
Avere a fianco una persona che non fa compiiere nessuno sforzo, è un traguardo importante per una persona autistica.
Quella persona per Norberto è Martina.
Ed è una delle mille manifestazioni dell’amore.
Fuori
Alla domanda su cosa succede quando escono, le risposte sono diverse.
Martina racconta di momenti di leggero imbarazzo con il suo gruppo di amici, prima che la situazione venisse spiegata: qualcosa detto in modo un po’ inopportuno, un attimo di silenzio. Dopo la spiegazione, dice, è diventato un argomento di curiosità.
Norberto porta invece la questione su un altro piano, più politico e sociale.
«Mi dà fastidio come viene usata la parola autismo. Uno si è fissato su una cosa, e allora è autistico. Lo sento dire spesso, anche in contesti lavorativi, magari da persone che non sanno del mio autismo. Cosa che non si fa più, per esempio, con parole come “ritardato”.»
C’è anche un’altra cosa che dice, e che smonta uno stereotipo diffuso: nelle conversazioni sociali Norberto non sempre si isola. A volte, quando il discorso non porta da nessuna parte, diventa deliberatamente dirompente, fa domande provocatorie per spostare il dialogo su qualcosa di concreto. Martina lo riassume così: «A lui piace lanciare la bomba e vedere cosa succede dopo che esplode».
Perché hanno accettato di parlarne
Martina lo dice all’inizio, e vale la pena chiudere da lì.
«Tante volte vengono compatite sia le persone autistiche, sia le persone “costrette”, passami il termine, a condividere la propria vita con persone autistiche. Io non sono di questa opinione, e sono contenta di poterlo dire a gran voce. Io credo di essere fortunata a condividere la mia vita con una persona autistica. Sicuramente ci sono delle difficoltà, ma non credo di aver mai conosciuto un ragazzo facile in vita mia.»
E sul perché raccontarlo:
«Lo trovo un percorso divertente, faticoso, ma divertente. E quindi credo sia bello raccontarlo.»



