È tra i virus più diffusi al mondo, ma è anche tra quelli meno conosciuti. Stigma, disinformazione e basse coperture vaccinali frenano ancora la prevenzione. Vaccino e screening giocano una partita fondamentale nella sua scomparsa
«Certo che c’è la lesione».
Queste parole così nette, fredde e senza ulteriori spiegazioni sono state la risposta al dubbio di Patrizia, nome di fantasia, che a 35 si è sottoposta per la prima volta al pap test su richiesta del suo ospedale di riferimento. All’epoca Patrizia aveva un partner stabile da qualche mese. «Devo ammettere che non mi sono preoccupata troppo: cercando online ho visto che si trattava di un esame da effettuarsi in seguito ad anomalie comparse nel Pap test, ma ero tranquilla: nei miei rapporti occasionali avevo sempre utilizzato il preservativo e ho pensato a un eccesso di scrupolo da parte dell’ospedale».
Il Pap test è uno screening per individuare anomalie cellulari della cervice uterina che, in presenza di un’infezione persistente da HPV, potrebbero evolvere in tumore. Tutte le Regioni hanno programmi di prevenzione rivolti alle donne dai 25 anni: fino ai 29-30 anni l’esame di primo livello resta il Pap test, mentre per le donne più adulte è ormai standard l’HPV-DNA test, con Pap test di triage in caso di positività.
Il giorno dell’appuntamento, ad accogliere Patrizia c’è una ginecologa all’incirca sua coetanea: «Mentre effettuava l’esame mi ha spiegato che cosa stesse facendo, dal punto di vista tecnico, ma non mi ha mai chiarito perché fossi lì e quali scenari avevo di fronte. Al termine, dopo essermi rivestita e mentre le infermiere andavano e venivano, la porta era aperta e la donna dopo di me in attesa sulla soglia, chiesi se potesse darmi qualche informazione, senza dover aspettare l’esito dell’esame che sarebbe arrivato un paio di mesi dopo. In particolare, domandai se avesse visto qualche lesione».
E lì arriva quella risposta secca, datale senza nemmeno guardarla in faccia, mentre finiva di compilare qualcosa al computer. Certo che c’era. Certo.
In che senso, certo?
Un’affermazione come questa non informa, insinua.
«In quel momento ricordo un forte giramento di testa e la sensazione di essere stupida. Perché non ci ero arrivata da sola? Mi sono forzata, in quell’ambiente frettoloso, a chiedere qualche indicazione di comportamento con il mio partner: dovevo avere qualche accortezza particolare? Lei mi disse di aspettare se stavo cercando una gravidanza e di evitare il sesso anale. Se avevo avuto rapporti con lui senza preservativo (in quel momento usavo la pillola anticoncezionale), probabilmente gli avevo già passato il virus. Dopodiché, un’infermiera mi ha invitata a lasciare entrare la persona successiva».
Fuori dall’ambulatorio Patrizia si sente persa: «Non avevo le informazioni che avrei voluto, ero confusa per la velocità con cui ero stata messa a parte della mia condizione di salute e sapevo che avrei dovuto affrontare una conversazione impegnativa con il mio compagno. Inoltre, la parola cancro continuava a rimbombarmi in testa».
Quella ginecologa non aveva voluto parlarle. E così Patrizia ha chiamato il suo ginecologo di fiducia, privato. Il quale l’ha rassicurata e invitata ad aspettare con serenità l’esito dell’esame. «La sera ho parlato con il mio partner, che a sua volta mi ha tranquillizzata: non mi sentivo in colpa, ma ero irritata dalla mancanza di tatto e dall’impossibilità di avere una conversazione privata con la ginecologa».
L’esito dell’esame conferma la presenza della lesione cellulare: «Da quel momento sono stata invitata a ripetere periodicamente il test – racconta Patrizia -. La macchina della prevenzione ha funzionato bene e i professionisti che ho incontrato alle successive visite sono stati molto più empatici. Nei due anni successivi la lesione è sparita, così come i ceppi del virus. La parte più difficile per me, dopo la “terapia d’urto” iniziale, è stata la “vigile attesa”: non è facile continuare a sottoporsi a controlli periodici sapendo che non si può fare altro che aspettare».
La parola “lesione”, usata in modo così netto in ambulatorio, è anche il primo nodo da disambiguare in qualsiasi conversazione informata sull’HPV. Il Pap test rileva anomalie citologiche – alterazioni delle cellule esfoliate dalla cervice – non lesioni anatomiche in senso stretto. Le lesioni vere e proprie si vedono in colposcopia e si caratterizzano con la biopsia. Una larga parte delle anomalie citologiche è transitoria, di basso grado, e regredisce spontaneamente, come è accaduto proprio a Patrizia: chiamarle “lesioni” senza ulteriori specificazioni significa far entrare in stanza, sin dal primo momento, la parola sbagliata.
Un virus molto comune
L’HPV è una delle infezioni sessualmente trasmesse più diffuse al mondo: si stima che tra il 50 e l’80% della popolazione sessualmente attiva lo contragga nel corso della vita. Eppure, intorno a questo virus, continuano a circolare paure, stigma e informazioni scorrette. «C’è molta confusione su questo tema – conferma il ginecologo Carlo Maria Stigliano, vice presidente dell’Associazione degli Ostetrici e Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI) – il papillomavirus umano è un virus molto diffuso, che vive nel nostro ambiente e si trasmette prevalentemente attraverso i rapporti sessuali. Ma non è qualcosa che “spunta dal nulla”: conviviamo con i papillomavirus da sempre. In pochi sanno, per esempio, che le innocue verruche sono causate proprio da un papillomavirus».
Ne esistono infatti oltre 200 ceppi, di cui solo una quarantina sono da tenere sotto controllo: «I tipi più aggressivi sono soprattutto il 16 e il 18 – spiega il medico -. Il 16 da solo è responsabile di circa la metà dei tumori del collo dell’utero, e insieme al 18 si arriva a circa il 70% dei casi». La trasmissione avviene soprattutto attraverso i rapporti sessuali ma non solo: è sufficiente il contatto cutaneo.
La maggior parte delle infezioni, però, regredisce spontaneamente nel giro di qualche mese o in pochi anni. «Nella quasi totalità dei casi il nostro sistema immunitario elimina il virus senza conseguenze», come nel caso di Patrizia. «Il problema nasce quando l’infezione persiste nel tempo», chiarisce l’esperto.
Per molti anni l’HPV è stato percepito quasi esclusivamente come un problema femminile, soprattutto per il legame con il tumore del collo dell’utero. Ma non è così. «Il virus colpisce sia i maschi sia le femmine – sottolinea Stigliano -, solo che nelle donne l’infezione viene identificata più facilmente perché esistono screening e controlli ginecologici regolari».
Negli uomini, invece, spesso il virus rimane silente. «Un uomo può essere portatore dell’infezione anche per tutta la vita senza avere manifestazioni evidenti», spiega il ginecologo. Le evidenze scientifiche mostrano un aumento dei tumori HPV-correlati anche nel sesso maschile, in particolare a carico di pene, ano e orofaringe. Per questi ultimi due i numeri sono in crescita in entrambi i sessi (un piccolo studio realizzato nel Nord Est ha mostrato che il numero di casi di cancro all’orofaringe causato dal HPV è aumentata del 50% tra il 2019 e il 2022), mentre per quanto riguarda i soli uomini, si calcola che il 40-50% dei tumori del pene (che resta un tipo di cancro raro) siano correlati a HPV. Una percentuale che si potrebbe ridurre drasticamente con il vaccino.
Il peso del senso di colpa
La comunicazione della diagnosi è uno degli aspetti più delicati, come mostra la storia di Patrizia. Molte donne vivono infatti la positività all’HPV con vergogna e senso di colpa.
«Molte si sentono giudicate per la propria vita sessuale – riporta Stigliano, che è anche responsabile scientifico del fascicolo AOGOI dedicato alla vaccinazione anti-HPV nella donna adulta e già trattata per lesioni HPV-correlate -, ma è una percezione profondamente sbagliata». Il medico insiste molto sull’importanza del counselling: «Bisogna spiegare che questa è un’infezione comunissima, che contraiamo nei primi rapporti sessuali. Averlo non significa avere avuto comportamenti promiscui o irresponsabili».
Anche il documento AOGOI sottolinea come le donne HPV positive temano spesso più la rottura della relazione e lo stigma sociale che l’evoluzione clinica dell’infezione stessa. «Non dobbiamo trasformare in malati milioni di persone: la normalità, soprattutto tra i giovani adulti, è avere avuto contatto con il virus almeno una volta nella vita».
Che esista un problema di comunicazione lo dicono anche i numeri: i risultati dello studio europeo PERCH (PartnErship to Contrast HPV) il cui capofila è l’Istituto superiore di sanità, mostrano che 7 genitori su 10 considerano il vaccino inutile e 8 su 10 non percepiscono l’infezione come minaccia grave per la salute dei loro figli. Un atteggiamento rilevato anche da Stigliano: «Quando arriva la lettera dell’ASL, spesso si pensa che soprattutto le ragazze siano ancora troppo giovani e si dice: “Vediamo più avanti”. Poi passa il tempo e il vaccino non viene fatto». Per questo sono sempre più comuni le iniziative per sensibilizzare direttamente le ragazze e i ragazzi, oltre alle famiglie.
Quale prevenzione
«L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il tumore del collo dell’utero una patologia relativamente rara dovuta a un’infezione molto frequente», ricorda il ginecologo. Per questo è importante sapere che ricevere una diagnosi di HPV non significa avere un tumore, né svilupparlo automaticamente.
«L’infezione non è la malattia – precisa infatti Stigliano -. Noi cerchiamo soprattutto le lesioni che potrebbero evolvere nel tempo. E abbiamo anni per individuarle e intervenire». È proprio qui che entrano in gioco screening e controlli: Pap test e HPV-DNA test hanno drasticamente ridotto l’incidenza del tumore del collo dell’utero negli ultimi decenni, intercettando precocemente le situazioni di maggior rischio. In Italia, in linea con le raccomandazioni internazionali, lo screening primario nelle donne dai 30-35 anni si basa ormai sul test HPV-DNA — più sensibile nell’identificare chi è realmente a rischio — mentre il Pap test resta lo strumento di primo livello sotto i 30 anni e di triage in caso di HPV-positività.
La strategia più efficace contro l’HPV resta la vaccinazione: «Abbiamo a disposizione uno strumento straordinario: un vaccino contro un tumore – sottolinea Stigliano -. Se le coperture vaccinali saranno adeguate, nei prossimi decenni il tumore del collo dell’utero potrebbe praticamente scomparire». Il vaccino nonavalente protegge contro i principali ceppi responsabili dei tumori HPV-correlati e contro i condilomi genitali.
Un ampio studio osservazionale ha mostrato che i maschi che si vaccinano correttamente hanno un rischio dimezzato di contrarre tumori. «Questo tipo di lavori hanno alcuni limiti, perché i risultati potrebbero essere influenzati da altri fattori, come le abitudini sessuali, lo stile di vita o altre vaccinazioni – precisa Stigliano -. Tuttavia, il campione analizzato è davvero ampio e inoltre possiamo guardare ai dati di real-world: in Australia, uno dei primi Paesi che ha iniziato a vaccinare ragazzi e ragazze ormai adulte, possiamo osservare una riduzione significativa dei tumori legati all’HPV sia nel maschio sia nella femmina». E da Canberra gli ultimi dati disponibili, che si riferiscono al 2021, indicano che non ci sono stati casi di tumore alla cervice uterina (causati dall’HPV) nelle ragazze al di sotto dei 25 anni. Per contro, le coperture vaccinali negli ultimi anni sono in leggero calo e nel 2025 si assestano sotto all’80% sia per i maschi sia per le femmine.
In Italia la vaccinazione è raccomandata sia per le ragazze sia per i ragazzi, preferibilmente prima dell’inizio dell’attività sessuale. Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale prevede la gratuità per le ragazze fino ai 26 anni e per i ragazzi fino ai 18 anni. «La vaccinazione è fondamentale, non solo per proteggere le donne, ma anche perché gli uomini rappresentano un importante serbatoio del virus», osserva l’esperto.
La raccomandazione si estende anche in età adulta: le evidenze scientifiche mostrano infatti che, sebbene non si tratti di un vaccino che guarisce dall’infezione, è efficace contro i ceppi che non sono stati contratti, anche nelle persone che sono state trattate per lesioni ad alto rischio. «È stato dimostrato che riduce anche il rischio di recidive», ricorda il ginecologo.
E nel 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la strategia globale per l’eliminazione del cancro alla cervice uterina entro il prossimo secolo. La roadmap prevede di raggiungere entro il 2030 il 90% di ragazze vaccinate completamente entro i 15 anni, il 70% delle donne sottoposte a screening entro i 35-45 anni e il 90% di donne con lesioni precancerose o cancro trattate correttamente. L’HPV resta un virus comunissimo, ma il tumore che può provocare è sempre più prevenibile.
