Non possono più sbagliare. Per loro, i bambini con disabilità, lo sbaglio non è più possibile, perché gli strumenti messi in atto dalla scuola sono così tanti e volti a minimizzare qualsiasi errore, che la fonte di insegnamento primordiale per qualsiasi essere umano (l’errore) a scuola non trova spazio.
La scuola primaria per la disabilità si sta rivelando più un danno che uno strumento utile per lo sviluppo psico sociale. Perché ormai si è arrivati a un livello di intolleranza tale verso questi bambini, da aver adottato tutti gli strumenti possibili per evitare di lavorare di più, mettere in pratica la vera vocazione all’insegnamento, e spiegare tutto questo ai genitori.
Perché la scuola, come ho già avuto modo di ribadire, detesta la disabilità.
Non parlo degli insegnanti di sostegno, naturalmente. Ma di tutti gli altri.
Sbagliando si impara (?)
Sbagliando si impara, mi dicevano le mie maestre quando andavo a scuola.
Mi ricordo le penne rosse, qualche brutto voto, i pianti che mi facevo (eh sì, faccio parte della marmaglia che piangeva quando prendeva un voto inferiore a distinto..).
Mi ricordo le pagine che strappavo a casa, quando le cose non venivano come dicevo io. E mia madre non interveniva, non ci pensava proprio. Sapeva che andava bene così, che anche quello aiutava a crescere.
Mi ricordo questa frase che mi ripeteva mio padre la sera prima di ogni esame universitario: “Se va bene, va bene. E se non va bene, va bene lo stesso”. Non era un’esortazione a fregarmene in caso di voto inferiore alle aspettative, ma un ribadire che comunque – anche in caso di brutto voto – avrei imparato qualcosa. Che anche il fallimento è un dono, se si capisce come interpretarlo.
A scuola le maestre non si sono mai fatte problemi a dirmi che stavo sbagliando, a dirmi che potevo fare di più, che quanto scritto sì, andava bene, però possiamo fare meglio.
Non mi dicevano che andava tutto bene per farmi stare serena. Mai fatto.
Pazienza se ci rimanevo male. La scuola era – e dovrebbe essere – scuola di vita.
Si impara ad avere a che fare con i propri fallimenti a scuola.
Si cresce come individui fin dalla scuola.
Alle elementari poi – ops, scuola primaria – le nozioni didattiche sono certo importanti, ma non come quelle relazionali, che non ti insegna nessun libro, ma ci pensa la vita con il suo scorrere, il suo fluire tra parole, sguardi, sensazioni, aspettative, emozioni.
Le maestre e i maestri sono i direttori d’orchestra di tutto questo. Sono i direttori di questa banda di piccoli e piccole che su quei banchi, oltre a provare a prendere un bel voto, si mettono in gioco, costruiscono la loro personalità, la loro sinfonia, per gli uomini e le donne che saranno un domani.
Ma se quella sinfonia parte con le note sbagliate, se i bambini non sanno di sbagliare, ma vengono solo aiutati per fare in modo di non sbagliare, che uomini e donne saranno domani?
Perché nella scuola primaria di oggi non si può sbagliare. Soprattutto se hai una disabilità.
Non ti permettono di sbagliare nemmeno se ci provi
Non nel senso che, se sbagli, si arrabbiano troppo o scattano note o voti pesanti(magari!).
No. Non ti permettono neanche di arrivarci all’errore. E se si accorgono che sbagli, fanno in modo di aiutarti così tanto al compito successivo, da annullare qualsiasi possibilità di errore.
Se poi il bambino o la bambina ha un bisogno educativo speciale o ha una certa disabilità, allora scatta il pietismo distruttivo come lo chiamo io, e che nella testa degli insegnanti suona così: mi fai pena, povero piccolo con BES, non ci provo neanche come insegnante a tirare fuori il meglio di te, come meriteresti, perché non ci credo in te, povero piccolo. Hai tanti di quei problemi, che va già bene che mi riesci a fare un compito senza troppi disastri, sempre grazie al mio costante aiuto.
Non parlo degli insegnanti di sostegno, ma di quelli di ruolo. Sono loro, a non credere più in questi bambini.
Se se la cavano da soli, se non hanno disabilità o fragilità particolari, allora qualche insegnante benevolo li segue e li valorizza, se invece hanno disabilità o minime fragilità, si getta la spugna e scatta il pietismo distruttivo.
L’ ho vissuto sulla mia pelle, da madre. E ne sento tante ogni giorno, da persone con bambini con disabilità.
La scuola detesta la disabilità. Mi assumo la responsabilità di quello che dico e chiedo scusa ai docenti che si sentiranno offesi perché invece ce la mettono tutta: so che esistete, e non vi ringrazierò mai abbastanza. Ma non siete numerosi, purtroppo.
Nella maggioranza dei casi, la disabilità è vista come un fastidio da aggirare in qualche modo. Ed evitare di far sbagliare è uno di questi modi. Perché? Mancanza di formazione, di cultura della diversità e dell’inclusione (però non si perdono neanche una giornata dei calzini spaiati, a menarla a noi di ricordarci di mettere calzini diversi perché loro alle differenze ci tengono, che cari!).
Mancanza di risorse, certo. Troppi bambini con disabilità. Forse.
Ma a mancare è soprattutto la vocazione.
“Eseguito insieme”
Leggo quaderni dove il 90% degli esercizi riporta le lettere E.I., che io chiamo le lettere scarlatte.
Sapete cosa significa E.I.? Eseguito Insieme.
Due lettere tremende che fregiano quasi ogni singola pagina dei quaderni delle elementari, soprattutto dei bambini che hanno bisogni speciali. Ma capita anche che siano fatti a livello di classe generale, proprio come prassi (sic!).
Va bene il lavoro di gruppo ogni tanto. Ma così non ha senso: io genitore come faccio a capire se mio figlio è bravo o no se ogni compito è eseguito insieme? Se ogni verifica viene spiegata prima?
È il pietismo distruttivo all’opera. E la cosa grave è che chi lo porta avanti neanche si rende conto dei danni che può fare.
Non sto dicendo di non applicare il pdp (piano didattico personalizzato), badate bene. Gli strumenti compensativi vanno bene, ma qui stiamo andando oltre alla doppia rilettura o all’uso della calcolatrice: qui c’è una sostituzione, un lavoro costante di ridurre al minimo il lavoro dell’alunno per ridurre al minimo la possibilità di errore.
E quando parlo di bambini con disabilità, non parlo necessariamente di disabilità gravi che certamente necessitano di un supporto scolastico diverso, ma di bambini che a livello cognitivo non hanno nessun problema (certi bambini autistici, ADHD, DSA…). Perché gettare la spugna con bambini che cognitivamente non hanno nessun problema?
Ogni genitore vorrebbe che il proprio figlio affrontasse serenamente la scuola. Ma questo non vuol dire regalare voti, aggiustare pagelle, spiegare le verifiche prima di farle (sì, succede anche questo).
Perché i docenti hanno così paura che gli alunni possano sbagliare?
Che succede se arriva un brutto voto? Succede che la famiglia magari inizia a preoccuparsi (giustamente), si chiedono colloqui, si cerca di capire. E qui entrano in gioco dinamiche dove alcuni genitori cercano di capire in modo educato, e altri partono all’attacco, distruggendo a loro volta il lavoro fatto dai maestri.
Quindi che facciamo? Bei voti a tutti, così nessuno si lamenta. E non dobbiamo dare troppe spiegazioni.
Le aule separate
Ma non finisce qui. La paura di far sbagliare questi bambini è tale da aver innescato la brutta, pessima, agghiacciante abitudine di far uscire i bambini con difficoltà durante le verifiche, e mandarli in aule diverse, in piccoli gruppi, dove poter fare la verifica “in serenità”. Cioè con una maestra che spiega più volte, aiuta, esegue insieme....
L’auletta ogni tanto può anche andar bene. Ma il vizio dell’auletta ce l’hanno in molte scuole. Per tutte le verifiche.
Provate a mettervi nei panni di quei bambini che vengono chiamati ogni volta per uscire e fare la prova altrove. Non possono stare con i loro compagni, devono uscire e fare la prova altrove. E loro lo sanno perché.
Mettetevi nei panni di questi bambini per favore, che già sono alle prese con una disabilità. E poi ditemi cosa provate.
Se nel 1977 l’Italia ha abolito le classi speciali c’era un motivo ben preciso: i bambini, tutti i bambini, dovevano stare in classe. Ma visto che il grande progetto dell’inclusione scolastica è rimasto solo sulla carta, di fatto le classi speciali non hanno mai smesso di esistere. Il motivo? In parte ne ho già elencati alcuni, ne aggiugno uno: non si vuole far rimanere troppo indietro i ragazzi che non hanno disabilità.
Perché l’obiettivo è la performance a scuola, mica le relazioni, l’inclusione, il saper essere, il saper vivere, il saper includere. A scuola si insegna già a discriminare: cosa penseranno secondo voi quei bambini senza disabilità che vedono portar fuori i bambini con disabilità? Che discriminare, per ottenere ottime prestazioni e non rimanere indietro, è cosa buona e giusta.
Ecco lo sfacelo completo: si annullano gli errori nei bambini con disabilità, impedendo a questi giovani di imparare sbagliando, e dall’altra parte si insegna ai bambini senza disabilità a discriminare. Magari indossando un paio di calzini spaiati.
Ma poi arriva la prova Invalsi
E, ciliegina sulla torta, poi arriva la temutissima prova Invalsi, che serve a valutare la qualità degli insegnanti tramite il rendimento degli alunni. Si somministrano quindi diverse prove in terza e quinta elementare (italiano, matematica, inglese, di solito) con osservatori esterni che controllano classi a campione.
E qui allora scatta l’ansia: non si può usare il pietismo distruttivo, non si può “eseguire insieme”…. come faccio allora a far passare la prova a questi “maledetti” bes?
E rieccola: l’auletta! Pure nella prova Invalsi!
Cioè, pensano questi fenomeni, riduciamo la possibilità che gli insegnanti siano valutati negativamente.
Ma tanto, come noto, i risultati delle prove Invalsi sono abbastanza pietosi. Chissà perché.
Ecco, io non perdono questo alla scuola italiana: aver abdicato alla vocazione educativa principale, che è credere in ogni individuo, credere nel suo potenziale, tirare fuori quel potenziale. Senza paura di cadute, errori, facciate. E indipendentemente dalle sue abilità e/o disabilità.
Non c’è più. La vocazione non c’è più. O rimane una fiamma flebile in caso di bambini senza particolari problemi.
Per gli altri, va bene il pietismo. E l’auletta.
