Ricordo il primo giorno come fosse ieri. Una stanza piena di scatoloni, con stoviglie e alimenti destinati a coloro che frequentavano la mensa della Caritas locale. Quella sarebbe stata la stanza dove tenere il laboratorio di medicina narrativa rivolto ai frequentatori di quel luogo, un progetto che ho potuto realizzare grazie alla lungimiranza e sensibilità della Caritas di Rho e della Cooperativa Intrecci, che non ringrazierò mia abbastanza per questa opportunità di arricchimento personale. Perché ogni laboratorio di medicina narrativa è destinato ad arricchire tutti, dai destinatari, ai coordinatori.
Ricordo il tavolo con i fogli e i pennarelli, le poche sedie disposte a cerchio. Ricordo gli occhi di chi mi stava di fronte: una miscela di diffidenza, curiosità e quella stanchezza che solo chi porta il peso della strada può conoscere davvero. Ricordo la mia ansia e i pensieri che l’alimentavano: sarò in grado di aiutarli? Servirà davvero tutto questo? Ho iniziato questo percorso di medicina narrativa con più domande che certezze. Mi chiedevo: può davvero la parola ricostruire ciò che la vita ha frantumato? Possono le storie diventare un rifugio quando manca persino un tetto? Oggi, dopo dodici incontri, posso rispondere con un sì che porta con sé la forza tranquilla delle verità vissute.
Perché la medicina narrativa non risolve da sola i problemi, ma ha la forza di far emergere il proprio vissuto, guardarlo in faccia, annotare le crepe, i vuoti, le cadute, e i trionfi e trarne la forza per andare avanti. E le persone che ho conosciuto in questi mesi di forza ne avevano a tonnellate, solo che non se lo ricordavano.
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ToggleDodici tappe verso la consapevolezza
Come sono riuscita? Ho strutturato il percorso come un viaggio in dodici tappe, ciascuna pensata per costruire gradualmente un ponte tra il passato doloroso e un futuro possibile. L’intuizione è stata quella di partire dall’identità più elementare: il nome.
“Chi sei?” è stata la domanda con cui abbiamo iniziato. Cosa ti ricorda il tuo nome?
Non “cosa fai”, non “dove vivi”, ma semplicemente “chi sei”. Per persone abituate a essere identificate dalla loro condizione – senzatetto, homeless, clochard – ritrovare la centralità del proprio nome è stato il primo passo verso la riappropriazione di sé.
All’inizio il gruppo era formato da diverse persone. Poi alcune hanno deciso di abbandonare, perché fa male parlare del proprio passato, perché non tutti hanno voglia di condividere con perfetti sconosciuti le cadute e gli sbagli.
Ma Pierluigi e Gaetano non hanno mai mollato.
Pierluigi, con i suoi occhi scuri e profondi, ex broker finanziario, uomo di numeri e successi, si presentava come un naufrago aggrappato ai ricordi di una vita precedente.
Gaetano, più anziano, portava nel corpo e nello sguardo la stanchezza di chi ha attraversato tempeste. Ex camionista, poi giocatore compulsivo, poi carcerato, infine padre respinto dai suoi stessi figli.
Nelle settimane successive, abbiamo esplorato la memoria, le ferite aperte, i punti di forza nascosti. Ho utilizzato strumenti diversi: scrittura, quando era possibile; più spesso conversazione, arte, musica. Ho capito presto che la parola scritta poteva essere un ostacolo, mentre quella parlata liberava: con persone che hanno perso fiducia in tutto, anche nelle proprie capacità espressive, l’oralità diventa casa.
Trasformazioni visibili
Il potere della narrazione si è manifestato attraverso cambiamenti sottili, ma profondi.
Pierluigi ha iniziato a parlare del presente non più solo come una versione sbiadita del suo passato glorioso. Durante un esercizio di fotografia narrativa, ha scelto l’immagine di una finestra aperta sul lago. “Questo è come mi sento oggi”, ha detto. “C’è un orizzonte che posso vedere, anche se non so ancora come raggiungerlo.” La rabbia del fallimento stava gradualmente cedendo il posto a una nuova forma di accettazione.
Con Gaetano il momento di svolta è avvenuto quando, durante una simulazione di colloquio di lavoro, si è ritrovato nel ruolo del selezionatore. Vederlo “dall’altra parte della scrivania”, mentre valorizzava le competenze di un altro partecipante, ha risvegliato in lui la consapevolezza delle proprie capacità. Non era solo una questione di lavoro, ma di riprendere il controllo della propria vita.
Walter, pur nel breve tempo trascorso insieme, ha mostrato una crescente capacità di parlare non solo delle sue qualità, ma anche delle sue paure. “I girasoli appassiscono se non si prendono cura di loro”, ha detto nell’ultimo incontro, con una nuova consapevolezza.
Perché la medicina narrativa funziona
Mi chiedo spesso cosa renda così efficace questo approccio con persone che hanno perso quasi tutto. La risposta, credo, è che la narrazione ci riporta all’essenza di ciò che siamo: creature che danno significato attraverso le storie. Quando perdiamo casa, lavoro, relazioni, rischiamo di perdere anche il filo della nostra storia. La medicina narrativa offre uno spazio dove quel filo può essere ritrovato, riannodato, talvolta reinventato. Non cancella il dolore, ma lo integra in una narrazione più ampia che include anche la forza, la resilienza, la possibilità. Ho visto persone con gli occhi spenti ritrovare uno sguardo vigile. Ho visto la rabbia che consumava energie trasformarsi in determinazione costruttiva. Ho visto l’isolamento protettivo cedere il posto alla connessione.
“Le storie sono mappe”, dicevo spesso durante i nostri incontri. “Non cancellano il territorio accidentato, ma ci aiutano a orientarci.” E in qualche modo, quelle mappe hanno iniziato a funzionare.
Il passato non va cancellato, odiato, temuto. Va compreso, e archiviato nel cuore per fare tesoro di tutte le esperienza vissute, positive e negative. Dal passato si deve imparare, sempre.
Un viaggio che continua
L’ultimo giorno del laboratorio ho consegnato a ciascuno una lettera personale. A Pierluigi una busta con una chiave di violino, a Gaetano una con un soffione, a Walter una con dei girasoli. Volevo che portassero con sé non solo parole di incoraggiamento, ma simboli tangibili del loro potenziale.
Non so cosa sarà di loro domani. Le sfide che affrontano sono concrete e richiedono ben più di un percorso narrativo per essere superate. C’è bisogno di politiche abitative, opportunità lavorative, reti di supporto.
Ma so che qualcosa è cambiato nel modo in cui guardano se stessi. So che hanno ritrovato, almeno in parte, la capacità di immaginare un futuro diverso. E so che a volte, questo è il primo passo per costruirlo davvero.
La medicina narrativa non offre soluzioni magiche, ma restituisce dignità. Permette a chi si sente invisibile di tornare visibile, prima di tutto ai propri occhi. Insegna ad attingere alla propria forza, a trovarla nascosta tra le pieghe di storie dolorose.
Mentre salutavo questi uomini, ho compreso che ciascuno di noi è un narratore in cerca di un racconto che dia senso alla propria esistenza. E che talvolta, per ritrovare la strada di casa, è necessario prima ritrovare le parole per raccontarla.
Le foto sono state realizzate da Giulia Turri.
Il prossimo 7 giugno a Rho si terrà una mostra di presentazione di questo progetto. Se volete partecipare, scriveteci: redazione@personemagazine.it.
