La recente notizia che il governo italiano starebbe valutando l’abolizione del divieto di pubblicità al gioco d’azzardo, introdotto dal “Decreto Dignità” nel 2018, ha riacceso il dibattito su un settore tanto redditizio quanto controverso. Questa possibile inversione di tendenza solleva interrogativi profondi non solo sulle implicazioni economiche per il Paese, ma soprattutto sugli effetti che una rinnovata promozione del gioco potrebbe avere sulla salute mentale e sul benessere psicologico degli italiani.
Perché quando si parla di gioco d’azzardo e dei rischi correlati si evidenziano sempre le spese folli, il fatto che le persone perdano tutto, quasi mai si cerca di capire che tra quelli che giocano per puro divertimento, ce ne sono altri che lo fanno in modo patologico: una vera forma di dipendenza, simile a quelle per l’alcol o le sostanze stupefacenti, anche se qui di sostanze non ce ne sono. Si chiama ludopatia – o più scientificamente Disturbo da Gioco d’azzardo – e colpisce fino al 3% degli italiani. Non sono numeri da sottovalutare.
Il contesto storico e normativo del gioco d’azzardo
Il settore del gioco d’azzardo ha conosciuto una progressiva liberalizzazione a partire dagli anni ’90, con l’introduzione di nuove forme di gioco e l’espansione dell’offerta sia fisica che online.
Il Decreto Dignità (Decreto-legge n. 87/2018), convertito nella Legge n. 96/2018, aveva segnato un punto di svolta significativo, introducendo all’articolo 9 il “divieto di pubblicità giochi e scommesse”.
Nello specifico, la norma vietava “qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro nonché al gioco d’azzardo, comunque effettuata e su qualunque mezzo”.
Questo divieto si inseriva in un contesto europeo variegato, con alcuni paesi che avevano già adottato misure restrittive simili (come la Spagna) e altri che mantenevano approcci più permissivi. La misura italiana si distingueva per la sua ampiezza e rigidità, estendendosi a tutti i canali comunicativi e a tutte le forme di gioco con vincite in denaro.
L’obiettivo dichiarato era quello di contrastare il disturbo da gioco d’azzardo (DGA), riconosciuto ufficialmente come patologia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, proteggendo in particolare i soggetti più vulnerabili come minori e persone con predisposizione alla dipendenza.
La recente risoluzione discussa al Senato, che analizza una possibile riforma del settore calcistico che superi la legislazione di emergenza alla quale si è ricorso con frequenza negli ultimi anni, ha proposto anche di superare il divieto della pubblicità alle scommesse con due considerazioni:
- Nonostante la normativa vigente, ci sarebbe stato “un aumento, soprattutto online, del gioco di azzardo anche nelle fasce dei minori e un aumento del gioco illegale nel settore delle scommesse” secondo quanto riportato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul gioco illegale. Per cui secondo questa analisi, il divieto non ha funzionato. E basta poco per capirlo: su molti giornali online la pubblicità sul gioco d’azzardo ha preso vie creative, nascosta da contenuti fintamente giornalistici che poi linkavano ai siti di giochi online, e a cui si sono prestati moltissimi media italiani.
- La misura “ha ampiamente disatteso le aspettative del legislatore non risultando affatto efficace al contenimento dei fenomeni di ludopatia” e ha invece causato “una riduzione delle entrate per le società sportive che ha penalizzato il sistema calcio italiano rispetto al contesto europeo”.
Inoltre, al punto k) la Commissione propone anche di “destinare una quota annuale dei proventi derivanti da giochi sullo sport e scommesse sportive agli organizzatori degli eventi sui quali si scommette”, suggerendo di destinare almeno l’1% al finanziamento di nuovi stadi e ammodernamento di quelli esistenti, oltre a un’ulteriore quota al sistema calcistico per progetti sociali e sportivi.
Per cui, visto che il divieto di pubblicità non ha funzionato contro la ludopatia e, semmai, ha ridotto le entrate delle società sportive, togliamo il divieto e destiniamo parte degli introiti a queste società. Fila tutto. Cioè in Italia è più importante salvare il calcio che la salute mentale ed economica dei propri cittadini.
I numeri del gioco d’azzardo in Italia
Il settore del gioco d’azzardo in Italia rappresenta una realtà economica di primo piano, con cifre che lo collocano tra i comparti più redditizi dell’economia nazionale. Secondo il report di Federconsumatori contenuto ne “Il libro nero dell’azzardo. Mafie, dipendenze, giovani.”, gli italiani nel 2023 hanno speso 150 miliardi di euro nel gioco d’azzardo, ben il 78% per cento in più rispetto a dieci anni prima.
Per fornire una misura, basti pensare che tale spesa equivale all’89% della nostra spesa alimentare annuale e a un po’ meno della spesa sanitaria del 2023. Sono 82 i miliardi raccolti nell’azzardo in rete nel corso del 2023; erano 49 nel 2020. In quattro anni si registra una crescita del 67%.
È come se, nel corso del 2023, ogni persona tra i 18 ed i 74 avesse speso in azzardo bel 1.926 euro.
Va sottolineato che il gettito fiscale derivante dal gioco d’azzardo rappresenta una voce importante per le casse dello Stato, con circa 11 miliardi di euro di entrate annue. Questo aspetto non è secondario nella valutazione di eventuali modifiche normative, dato l’interesse erariale connesso al settore.
Il profilo del giocatore italiano medio è cambiato significativamente negli ultimi anni, con un abbassamento dell’età di inizio e un aumento della partecipazione femminile. Si stima che circa 18 milioni di italiani abbiano giocato almeno una volta nell’ultimo anno, con una spesa media pro-capite di oltre 1.500 euro annui tra i giocatori abituali.
Il fenomeno si distribuisce in modo disomogeneo sul territorio nazionale, con picchi nelle regioni del Sud e nelle aree con maggiori difficoltà economiche, dove paradossalmente si registrano le spese pro-capite più elevate nonostante i redditi mediamente inferiori.
Gli effetti economici – devastanti – del gioco d’azzardo
L’impatto economico del gioco d’azzardo è multidimensionale e non si limita alle entrate fiscali o ai profitti degli operatori. Una valutazione completa deve considerare anche i costi sociali, sanitari e produttivi legati alla dipendenza da gioco.
A livello individuale e familiare, il gioco problematico può portare a gravi conseguenze finanziarie: indebitamento, perdita di risparmi, incapacità di far fronte a spese essenziali come affitto, utenze o spese alimentari. Non sono rari i casi di famiglie spinte sotto la soglia di povertà a causa delle perdite al gioco di uno dei membri.
Un aspetto particolarmente preoccupante è il ricorso all’usura da parte dei giocatori problematici per finanziare la propria dipendenza.
Ma perché le persone si buttano nel gioco d’azzardo? Secondo quanto riportato ad AGENSIR da Luciano Gualzetti, presidente della Consulta nazionale antiusura: “I recenti dati sulla povertà di Caritas italiana disegnano un Paese in cui crescono disuguaglianze economiche e sociali. Condizioni che spingono molte famiglie a cercare una soluzione ai propri problemi economici nell’azzardo. Siamo in una situazione che trasferisce enormi somme dall’economia reale alle casse delle concessionarie dell’azzardo e delle scommesse. Scenario che favorisce l’indebitamento o, addirittura, all’usura. È diventato improrogabile un confronto tra le istituzioni e le associazioni che quotidianamente toccano con mano sulla pelle delle persone e delle loro famiglie le lacerazioni procurate dall’azzardo, affinché il fenomeno sia controllato e regolamentato da una normativa organica, che metta al primo posto la prevenzione e la cura della salute dei cittadini”.
Il fenomeno ha anche ripercussioni macroeconomiche significative. Il denaro speso nel gioco d’azzardo rappresenta infatti una sottrazione di risorse dai consumi di beni e servizi, con un effetto moltiplicatore negativo sull’economia reale. Per ogni euro speso nel gioco, si stima che l’indotto generato sia inferiore rispetto ad altri settori, con conseguente perdita netta per l’economia complessiva.
I costi sociali del gioco d’azzardo
Secondo lo studio di Lucchini e Comi pubblicato nel 2022, i costi sociali del gioco d’azzardo in Italia ammontano a oltre 2,3 miliardi di euro all’anno. Lo studio fornisce una stima dettagliata di questi costi, suddividendoli in diverse categorie:
- Costi sanitari e di assistenza sociale: 60,2 milioni di euro
- Costi legati alla disoccupazione e alla perdita di produttività: 1.253,4 milioni di euro
- Costi legati ai suicidi: 291,6 milioni di euro
- Costi familiari (separazioni e divorzi): 9 milioni di euro
- Costi relativi a criminalità e sistema giudiziario: 709,8 milioni di euro
Gli autori sottolineano che questa stima è conservativa e probabilmente sottostimata, poiché considera solo i costi di natura pubblica e non include quelli sostenuti dai giocatori moderati o a basso rischio, né l’impatto sulle persone vicine ai giocatori problematici. Lo studio presenta anche scenari alternativi basati su diverse stime della prevalenza del gioco problematico in Italia, con costi sociali totali che variano da 1,5 miliardi di euro (stima più bassa) a 4,1 miliardi di euro (stima più alta).
Il gioco d’azzardo come problema di salute mentale
Al di là degli aspetti economici, il gioco d’azzardo rappresenta una questione di salute pubblica di primaria importanza. Il Disturbo da Gioco d’Azzardo (DGA) è stato riconosciuto ufficialmente come patologia dall’OMS e inserito nel DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) nella categoria delle dipendenze comportamentali. Il riconoscimento del gioco d’azzardo come patologia psichiatrica ha seguito un percorso evolutivo significativo negli ultimi decenni. L’American Psychiatric Association lo ha ufficialmente riconosciuto come disturbo nel 1980, per poi classificarlo nel 1994 all’interno del DSM-IV come “disturbo del controllo degli impulsi”, definendolo un comportamento persistente, ricorrente e maladattativo che compromette la vita personale, familiare e lavorativa dell’individuo. Nel 2013, con l’aggiornamento del DSM-V, ha ricevuto la denominazione attuale di “Disturbo da Gioco d’Azzardo”, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha incluso nell’ICD-10 tra i disturbi delle abitudini e degli impulsi.
Si tratta di una dipendenza patologica senza sostanze (sine substantia) che frequentemente si accompagna ad altre condizioni cliniche. Queste includono disturbi dell’umore come depressione e disturbo bipolare, problemi di impulsività, abuso di alcol e altre sostanze, vari disturbi di personalità e anche patologie fisiche correlate allo stress come ulcera e ipertensione. La prevalenza nella popolazione adulta si attesta tra l’1% e il 3%, con un’incidenza maggiore tra i familiari di chi già soffre di questo disturbo, suggerendo possibili fattori genetici o ambientali nella sua trasmissione.
Si tratta di cifre preoccupanti, che potrebbero essere sottostimate a causa della frequente riluttanza a richiedere aiuto e dello stigma che ancora circonda questa patologia. Un dato particolarmente allarmante riguarda i giovani: uno studio del CNR-IFC ha rilevato che nel 2022, circa 1,3 milioni di studenti tra i 15 e i 19 anni hanno giocato almeno una volta, con 130.000 a rischio e 67.000 con problemi di ludopatia conclamata.
Dal punto di vista neurobiologico, il gioco d’azzardo attiva nel cervello gli stessi circuiti della ricompensa coinvolti nelle dipendenze da sostanze. La vincita, o anche solo l’attesa della vincita, provoca il rilascio di dopamina, creando sensazioni di piacere e motivando la ripetizione del comportamento.
Il problema non riguarda solo il circuito della dopamina. Altri neurotrasmettitori, che sono in collegamento con la dopamina, possono, alterando altre condizioni, influenzare il circuito di questo neurotrasmettitore in modi paradossali. Con il tempo, si sviluppa una tolleranza che spinge ad aumentare frequenza e entità delle scommesse per ottenere lo stesso livello di gratificazione.
Come detto, il disturbo da gioco d’azzardo è stato riconosciuto come patologia solo nel 2013, quando è stato inserito nel DSM-5, e non più considerato semplicemente un “vizio”.
I fattori di rischio per lo sviluppo del DGA sono molteplici:
- Fattori biologici: predisposizione genetica, alterazioni nei sistemi di neurotrasmettitori
- Fattori psicologici: impulsività, ricerca di sensazioni forti, bassa autostima, difficoltà nella regolazione emotiva
- Fattori socio-ambientali: esposizione precoce al gioco, accessibilità delle opportunità di gioco, presenza di modelli familiari o sociali di giocatori, pressione dei pari, stress e difficoltà economiche
La progressione verso la dipendenza segue generalmente un percorso caratterizzato da diverse fasi: dalla fase iniziale di vincite occasionali (che spesso fungono da rinforzo positivo), alla fase di perdita dove il giocatore aumenta frequenza e importi per recuperare, fino alla fase di disperazione caratterizzata da comportamenti sempre più problematici.
.I giocatori problematici sperimentano livelli elevati di stress, ansia e depressione, in un circolo vizioso dove il disagio psicologico alimenta il comportamento di gioco e viceversa.
La comorbilità con altri disturbi psichiatrici è frequente: secondo diversi studi, oltre il 60% delle persone con DGA soffre anche di disturbi dell’umore, disturbi d’ansia o dipendenza da sostanze. Il rischio di suicidio è significativamente elevato, con tassi che superano di 15 volte quelli della popolazione generale.
L’impatto si estende anche alle relazioni interpersonali, con deterioramento dei rapporti familiari, lavorativi e sociali. Le famiglie dei giocatori patologici subiscono conseguenze profonde:
- Stress finanziario e insicurezza economica
- Conflitti e rotture relazionali
- Abuso di sostanze come meccanismo di coping
- Neglect parentale nei confronti dei figli
- Trasmissione intergenerazionale di modelli comportamentali problematici
I figli di giocatori patologici sono particolarmente vulnerabili, mostrando maggiori probabilità di sviluppare problemi emotivi, comportamentali e, in futuro, dipendenze proprie.
A livello cognitivo, il gioco problematico è associato a distorsioni del pensiero caratteristiche, come l’illusione di controllo (credere di poter influenzare l’esito del gioco con strategie o comportamenti), la fallacia del giocatore (credere che una serie di perdite aumenti la probabilità di vincite future) e il bias di conferma (dare maggior peso alle vincite rispetto alle perdite).
Secondo il DSM-5, per diagnosticare il disturbo da gioco d’azzardo, il soggetto deve presentare un comportamento problematico e persistente legato al gioco che causa disagio o compromissione significativi nella sua vita, soddisfacendo almeno 4 di 9 criteri nell’arco di 12 mesi. Questi includono la necessità di puntare somme sempre maggiori, irrequietezza o irritabilità se prova a ridurre o smettere di giocare, o ripetuti tentativi infruttuosi di controllare, ridurre o smettere il gioco. Gli aspetti centrali sono l’impulsività, la dipendenza, le convinzioni erronee, la tolleranza, l’astinenza e le conseguenze sociali negative.
Queste distorsioni cognitive tendono a mantenersi e rafforzarsi nel tempo, rendendo particolarmente difficile il percorso di recupero senza un intervento specialistico.
Il ruolo della pubblicità nel gioco d’azzardo
Alla luce di quanto esposto, è possibile analizzare con maggiore consapevolezza il ruolo specifico della pubblicità nel promuovere comportamenti di gioco e, potenzialmente, nello sviluppo di problematiche correlate.
La pubblicità del gioco d’azzardo opera attraverso meccanismi psicologici ben definiti:
- Normalizzazione del gioco: presentando il gioco come un’attività ricreativa normale e socialmente accettabile
- Associazione con emozioni positive: collegando il gioco a sensazioni di eccitazione, divertimento e successo
- Minimizzazione dei rischi: omettendo o riducendo l’enfasi sui possibili danni
- Creazione di aspettative irrealistiche: enfatizzando le vincite e trascurando la reale probabilità di perdita
- Sfruttamento di bisogni psicologici: come il desiderio di status sociale, riconoscimento o fuga da situazioni difficili
Numerosi studi hanno dimostrato una correlazione significativa tra esposizione alla pubblicità del gioco e aumento sia dell’intenzione di giocare sia del comportamento effettivo di gioco, particolarmente tra i giovani e i soggetti vulnerabili.
Le campagne pubblicitarie moderne utilizzano strategie sofisticate, come il ricorso a testimonial celebri, l’uso di tecniche di marketing digitale personalizzato basato sui dati di navigazione, e meccanismi di gamification che sfumano il confine tra gioco ricreativo e gioco d’azzardo.
L’industria del gioco d’azzardo ha da tempo compreso come fidelizzare i clienti sfruttando questi meccanismi. Questo è evidente con il gioco online, i giochi di casinò, le scommesse sportive rapide e altri giochi molto veloci che sembrano generare una maggiore possibilità di creare dipendenza, proprio perché riescono a condizionare il comportamento in modo molto più immediato rispetto ai giochi offline. Le slot machine, ad esempio, sono progettate per creare un isolamento del giocatore dalla realtà, dove c’è uno stimolo continuo a ripetere determinate azioni, che sono ricompensate in maniera quasi infantile con luci, colori, suoni, simili ai giochi per bambini. Questi meccanismi riescono a trattenere le persone per tempi lunghissimi, alimentando sempre la sensazione di essere vicini a un traguardo che invece non si raggiunge mai.”
Il divieto alla pubblicità da solo non basta
La tutela della salute mentale degli italiani richiede un equilibrio delicato tra regolamentazione e responsabilizzazione, tra controllo e libertà. Qualunque evoluzione normativa dovrà considerare non solo gli aspetti economici immediati, ma anche i costi sociali e sanitari a lungo termine, in una prospettiva di sostenibilità complessiva del sistema.
La sfida per il legislatore sarà trovare un modello che permetta di proteggere efficacemente i soggetti vulnerabili senza eccedere in paternalismo, consentendo al contempo lo sviluppo di un settore economico che, se adeguatamente regolamentato, può coesistere con gli obiettivi di benessere collettivo. Tutto questo però non può tenere conto degli aspetti patologici del gioco d’azzardo. Solo attraverso un dibattito aperto, basato su evidenze scientifiche e valutazioni di impatto rigorose, sarà possibile giungere a soluzioni equilibrate e durature, che tengano in considerazione tanto le tasche quanto la salute mentale degli italiani.
