Questo articolo non nasce da un’urgenza statistica, ma da un’urgenza narrativa. Non vuole spiegare il problema, ma nominarlo. La rinuncia alla cura non è solo un dato. È una frattura silenziosa nel tessuto della fiducia. Scrivere questo testo è stato il mio modo per restare accanto a quella frattura. E forse, contenerla.
Il 21 maggio 2025, l’Ipsos, su mandato della FIMMG, ha reso pubblici i dati che fotografano con una chiarezza inquieta la distanza tra il diritto e la realtà: l’80% degli italiani ha rinunciato almeno una volta a una cura del Servizio Sanitario Nazionale. Non per sfiducia. Ma per stanchezza. Per esasperazione. Per la forma più sottile di resa: l’attesa senza esito.
I numeri raccontano la rinuncia. La rinuncia racconta un Paese che non ha smesso di credere nella sanità pubblica, ma che non riesce più ad accedervi. Le liste sono lunghe, le diagnosi rallentate, i percorsi frammentati. Ma il problema non è solo organizzativo. È culturale. È un’idea che si sgretola, quella secondo cui la salute è un bene comune, non un’opzione.
Non siamo davanti a una crisi. Siamo davanti a un cedimento civile. Quando l’80% rinuncia, non è una falla. È una frattura. È il punto in cui l’attesa diventa silenzio, e il silenzio smette di essere pazienza. Diventa ritiro dalla speranza.
Colpisce il dato per cui il 13% degli intervistati, tra quelli che hanno rinunciato alla sanità pubblica, non ha cercato alternative. Non si è curato. Non ha potuto. Non ha voluto. E questa scelta – che non è scelta, ma assenza – racconta una solitudine istituzionale che dovrebbe interrogare più di ogni altra.
Nel frattempo, l’84% di chi può permetterselo si sposta nel privato. Dove si paga, ma si entra. Dove si spende, ma si viene accolti. E così, in silenzio, la sanità pubblica smette di essere universale. Non per legge. Ma per logoramento. Per stanchezza. Per quella forma di abbandono in cui nessuno chiude la porta, ma tutti smettono di bussare.
Il tema, allora, non è solo sanitario. È politico, etico, antropologico. Che Paese è quello in cui l’accesso alle cure diventa privilegio? Che idea di persona abbiamo, se il tempo di attesa supera il tempo della malattia? Che idea di Stato abbiamo, se la fiducia si misura in giorni e il tempo di risposta è fuori tempo?
Non serve un piano tecnico. Serve una responsabilità diffusa, una chiamata pubblica a rifondare la relazione tra cittadino e istituzione. Serve una parola che si riappropri del diritto alla cura come forma di civiltà, non come prestazione amministrativa.
Perché curare non è solo guarire. È tenere accesa la possibilità. E quando anche quella si spegne, non restano più i numeri. Restano le persone. E il silenzio che le circonda.
