In un angolo dell’Appennino piacentino, un ragazzo che ha attraversato un inizio durissimo e suo padre, entrambi persone con disabilità, hanno scelto di autodeterminarsi: vivere in modo indipendente, lavorare, stare nella natura. La loro storia — e quella della locanda di famiglia — è anche un invito a rallentare.

Ci sono storie che conviene raccontare partendo da adesso. Adesso Davide ha quasi ventitré anni, lavora, d’estate serve ai tavoli nei fine settimana e sta per rimettersi sui libri per prendere il diploma: in tasca ha già un attestato di competenze chiuso con 87 su 100. Vuole costruirsi un futuro e, come capita a molti alla sua età, lungo la strada incontra qualche ostacolo.
Davide appartiene, con orgoglio (come rimarca spesso), allo spettro autistico. Suo padre, Elio Giarrusso, è una persona con disabilità motoria dalla primissima infanzia. Sono due uomini che hanno preso una decisione precisa: non lasciare che la disabilità scrivesse la loro biografia al posto loro. Vivono in modo indipendente, lavorano, hanno scelto la montagna e i suoi tempi. È soprattutto Elio a fare da esempio a Davide — la prova, quotidiana, che una vita può essere insieme libera e potente.
Non è sempre stato semplice immaginarlo qui. Davide è arrivato nella vita di Elio e Marialaura a nove anni, con un affido durato tredici anni, all’incrocio con un inizio che nessun bambino dovrebbe conoscere. A tre anni e mezzo aveva perso il padre, che era anche la sua persona di riferimento; quello che seguì furono l’abbandono e la violenza, poi l’allontanamento e gli anni in una casa famiglia. Quando Elio e Marialaura lo accolsero, non parlava. I servizi lo davano ormai per destinato a un istituto.
Andò diversamente. Nel giro di pochi mesi, grazie all’impegno costante di Elio e Marialaura, in una scuola pubblica di quartiere e con insegnanti straordinari, Davide cominciò a leggere, a scrivere, a contare. A nove anni e mezzo pronunciò le prime parole, poi le frasi, poi un pensiero intero.
Da lì non si è più fermato: il servizio civile regionale, il lavoro, la voglia di tornare sui libri. L’adozione, invece, è arrivata solo nel 2025 — al termine di un percorso in cui, per come lo racconta la famiglia, i sostegni pubblici che avrebbero dovuto accompagnarli sono stati più un’assenza, e a tratti un ostacolo, che una presenza. Marialaura, per esserci, ha lasciato il lavoro a tempo pieno.



Dopo otto anni sulle colline della Val d’Arda, la famiglia ha portato il progetto in Alta Val Nure, dove oggi il Gruccione è una piccola baita appenninica ricavata da un antico fienile. Siamo a circa 750 metri di quota, in località Piccoli di Calenzano, nel comune di Bettola (Piacenza), sopra i salti delle Cascate del Perino e a pochi passi dal Sentiero partigiano della Stella Rossa, con Bobbio e la Val Trebbia lì attorno.
È un posto pensato per la lentezza: poche camere, un ristoro aperto a ogni ora con una cucina di territorio — anche vegana e a chilometro zero —, una piccola bottega di prodotti propri e di altre microrealtà della zona, un punto informazioni e una piccola biblioteca per chi cammina, il noleggio delle bici, una sosta per chi viaggia in camper o in tenda.
Intorno, boschi, sentieri e un silenzio vero, di quello che oggi è quasi un lusso.
Qui Davide lavora, accoglie, impara.
E la famiglia continua a tenere in piedi questo progetto contando soprattutto sulle proprie forze.
Chi passa da queste parti — per le cascate, per un sentiero, per una cena in un fienile che profuma di casa — non trova solo un bel posto dove fermarsi.
Trova una storia. E a volte il modo più concreto di fare il tifo per qualcuno è, semplicemente, presentarsi alla sua porta.
Passate a trovare Davide e la sua splendida famiglia. Per ritrovare il tempo perduto, per scoprire che la lentezza può essere un dono, e conoscere persone che hanno fatto della disabilità un punto di forza. E di orgoglio.
