Quando Alessia Pifferi ha lasciato la figlia Diana di diciotto mesi sola in casa per sei giorni, fino a farla morire di stenti e disidratazione, l’Italia si è interrogata su come fosse possibile un simile orrore. Quando Alessandro Impagnatiello ha ucciso con 37 coltellate la fidanzata Giulia Tramontano, incinta di sette mesi, abbiamo tutti cercato di comprendere l’incomprensibile. E quando leggiamo di madri che uccidono e smembrano i propri figli, come il caso recente di Gemona, la nostra prima reazione è sempre la stessa: etichettarli come “mostri”, come esseri intrinsecamente cattivi, diversi da noi. Senza contare gli autori di genocidi e uccisioni di massa.
Ma se vi dicessi che la cattiveria, così come la concepiamo, non esiste?
Non è solo una provocazione giornalistica. Se guardiamo alla letteratura scientifica sul tema, dagli antichi filosofi ai giorni nostri, emerge un’idea comune per cui la cattiveria non esiste come entità autonoma, ma sia piuttosto “una privazione del bene, un errore, o un costrutto sociale e psicologico”.
Fino a quando non ho iniziato a fare volontariato in carcere, questo tema mi ha toccato molto superficialmente. Sono appassionata di true crime fin da ragazzina, e se da giovane la domanda che mi facevo era “come possono esistere mostri del genere”, oggi, anche grazie all’esperienza in carcere, la domanda è diversa: “perché questa persona è arrivata a commettere un gesto così atroce?”.
Dal mostro, ho iniziato a interrogarmi sulla persona. In carcere parlo con violentatori, assassini, uomini che hanno ucciso donne, pedofili. Parlo di qualsiasi cosa, e riesco a conoscere il reato che hanno commesso perché me lo dicono loro.
Con alcuni ci parlo molto volentieri, li trovo intelligenti, simpatici. Parliamo di tutto, parliamo del loro reato, di come si sentono.
E non riesco a vedere mostri. Solo persone. Persone che hanno commesso atti mostruosi.
Devo essere definite un’insensibile bigotta giustificatrice per questo?
No. Io parlo con queste persone perché voglio capire. E più ci parlo, più capisco che il concetto di mostro e cattiveria non hanno senso e che il problema è molto più complesso e grave di quanto poche righe di giornale vi raccontano.
Perché dipingere sui media gli autori e le autrici di reato come mostri, raccontare in modo dettagliato l’atto criminoso e i momenti appena precedenti allo stesso, aiuta solo le indagini. Non aiuta noi, non aiuta la società a capire come ci si è arrivati fin lì.
Ma pare che ai media interessi solo la parte più macabra e morbosa, mentre interrogarsi su come si può arrivare ad uccidere qualcuno pare non sia interessante. E invece bisognerebbe partire da lì, prima di arrivare alle coltellate.
lo dico in modo chiaro: un conto è definire una persona mostro, etichettando la sua intera esistenza sotto quella luce, altro conto è dire che quella persona, durante la sua esistenza, ha commesso anche – non solo, anche – atti atroci.
Partire da qui fa la differenza tra voler capire, e magari prevenire il crimine, oppure decidere di voltarsi dall’altra parte, senza curarsi di quella persona che ha commesso il reato, e provare a fare in modo che non si ripeta più. Senza curarsi nemmeno delle vittime, vittime del reato o potenziali vittime future. Perché è proprio cercando di capire che si può prevenire. Non si previene buttando via la chiave e dispensando etichette auto consolatorie sull’esistenza di ipotetici mostri.
I mostri esistono solo nelle fiabe.
Il rifugio della mostruosità
Chiamare qualcuno “mostro” è il nostro meccanismo di difesa più primitivo e rassicurante. Ci permette di tracciare una linea netta tra noi e loro, tra il bene e il male, tra la normalità e l’abiezione. Quando diciamo che Alessia Pifferi è un “mostro senza cuore”, non stiamo spiegando nulla: stiamo semplicemente prendendo le distanze da un comportamento che ci terrorizza perché, nel profondo, sappiamo che anche noi siamo esseri umani capaci di fallimenti devastanti. Quello che la scienza ci dice è che questo approccio non solo è consolatorio, ma è anche profondamente sbagliato. La ricerca in psicologia morale dimostra che “la cattiveria ha utilità esplicativa limitata”: la maggior parte dei comportamenti estremi è spiegata da “deficit cognitivi o sociali” piuttosto che da una malvagità intrinseca. Alessia Pifferi, secondo le perizie emerse durante il processo, presentava deficit cognitivi e disturbi della personalità. Impagnatiello aveva una personalità narcisistica patologica. Ma la società preferisce parlare di “cattiveria pura” perché il problema mentale renderebbe questi criminali troppo umani, troppo comprensibili, troppo vicini a noi.
Le radici filosofiche di un’idea antica
L’idea che la cattiveria non esista come entità autonoma non è nuova. Ha radici profonde che risalgono al pensiero neoplatonico e agostiniano, dove “il male viene visto come una mancanza o privazione del bene, piuttosto che come una realtà positiva”. Sant’Agostino, Tommaso d’Aquino, i filosofi neoplatonici e persino pensatori musulmani hanno sostenuto per secoli che “il male non abbia esistenza propria, ma sia subordinato al bene”. Questa “teoria della privazione del bene” non è un’astrazione filosofica: ha implicazioni concrete per come interpretiamo i crimini più atroci. Se il male non è un’entità autonoma ma una privazione, una mancanza, allora ogni atto che chiamiamo “malvagio” diventa comprensibile come assenza di qualcosa: assenza di empatia, di controllo inibitorio, di sviluppo cognitivo normale, di cure appropriate.
La paura di capire
Quando qualcuno prova a indagare le cause profonde di questi crimini, viene immediatamente accusato di voler “giustificare l’ingiustificabile”. È successo agli psichiatri che hanno analizzato il caso Pifferi, è accaduto a chi ha tentato di spiegare la psicologia di Impagnatiello. Ora con la madre di Venier, nel caso Gemona, si ripete il siparietto tra chi la identifica come un mostro e chi prova a capire cosa ci sia dietro un gesto – un gesto – così mostruoso. Ma chi prova a capire viene tacciato di giustificazionismo. Come se comprendere significasse automaticamente assolvere.
Sul caso Pifferi, qualcuno ha provato a spiegare ad esempio chi fosse davvero Alessia Pifferi, ma non è sta
Lo voglio ribadire: comprendere non è giustificare. È l’unico modo per tentare di prevenire. La letteratura scientifica è chiara su questo punto: la negazione della realtà oggettiva del male non implica la negazione della responsabilità morale, ma piuttosto una riformulazione dei criteri di responsabilità e colpa.
Possiamo punire e condannare senza bisogno di credere nell’esistenza di una malvagità assoluta.
Se continuiamo a liquidare questi casi come “cattiveria allo stato puro”, non impareremo mai nulla. Non svilupperemo mai sistemi di early detection per intercettare i segnali di disagio prima che si trasformino in tragedie. Non investiremo mai abbastanza in salute mentale, in programmi di sostegno alle famiglie fragili, in percorsi terapeutici per i disturbi della personalità.
La cattiveria come costruzione sociale
Una delle scoperte più interessanti della ricerca contemporanea riguarda la natura culturalmente determinata del concetto di male. Gli studi antropologici e storici mostrano come la percezione del male vari notevolmente tra culture e periodi storici, rafforzando l’idea che la cattiveria sia un costrutto sociale piuttosto che una realtà oggettiva. Quello che una cultura considera “malvagio” può essere normale o persino virtuoso in un’altra. Questo non relativizza tutto, ma ci aiuta a capire che il concetto di “cattiveria pura” è più una categoria che noi umani usiamo per dare senso al mondo che una realtà oggettiva del mondo stesso.
Oltre l’Atlantico, stessa cecità
Anche negli Stati Uniti, patria dell’analisi criminologica moderna, assistiamo allo stesso fenomeno. Dai serial killer più famosi agli omicidi domestici, la narrazione pubblica si concentra sulla “evil person theory” – la teoria della persona malvagia – piuttosto che sui fattori scatenanti. Eppure, la ricerca internazionale conferma quello che i criminologi hanno scoperto studiando sistematicamente questi casi: pattern ricorrenti di traumi infantili, disturbi neurologici, esposizione alla violenza, isolamento sociale. La letteratura scientifica mostra che anche le prospettive psicologiche e antropologiche tendono a ridimensionare la cattiveria come costrutto esplicativo, sottolineando il ruolo di fattori cognitivi, sociali e culturali.
Il caso di Jeffrey Dahmer, per citarne uno, è stato per decenni raccontato come la storia di un “mostro cannibale”. Solo recentemente si è iniziato a parlare dei suoi gravi disturbi psichiatrici, del suo alcolismo, della sua infanzia segnata da abbandono emotivo e bullismo. Non per giustificarlo, ma per capire come prevenire che altri Jeffrey Dahmer possano nascere e crescere senza aiuto.
I limiti della teoria e le sfide contemporanee
Sarebbe disonesto non riconoscere che la negazione dell’esistenza autonoma del male ha dei limiti. Come nota la ricerca accademica, diversi autori hanno criticato la teoria della privazione, sostenendo che non spiega adeguatamente la realtà empirica del male, soprattutto di fronte a eventi storici estremi. Di fronte all’Olocausto, ai genocidi, alle violenze di massa, parlare di “privazione del bene” può sembrare inadeguato, persino offensivo. Hannah Arendt parlava della “banalità del male” riferendosi ad Adolf Eichmann, cogliendo qualcosa di cruciale: spesso il male più devastante non nasce da una cattiveria assoluta ma dall’assenza di pensiero, dall’obbedienza cieca, dalla deresponsabilizzazione burocratica. Anche questo, però, conferma la tesi di fondo: dietro gli atti più atroci non c’è una forza del male autonoma, ma l’assenza di qualcosa – pensiero critico, empatia, coraggio morale.
Il prezzo della superficialità
Ogni volta che diciamo “è un mostro” senza indagare oltre, perdiamo un’opportunità. L’opportunità di intercettare il prossimo Impagnatiello o Turetta, prima che uccida. L’opportunità di aiutare la prossima Alessia Pifferi prima che abbandoni un bambino. L’opportunità di costruire una società che cura invece di limitarsi a punire. Il termine “mostro” è comodo perché ci deresponsabilizza.
Se esistono persone intrinsecamente cattive, noi non possiamo farci nulla. Se invece esistono persone malate, traumatizzate, abbandonate dal sistema sanitario e sociale, allora la responsabilità diventa anche nostra.
Una proposta radicale
Cosa succederebbe se provassimo a eliminare dal nostro vocabolario parole come “mostro”, “cattiveria”, “malvagità pura”? Cosa succederebbe se ogni volta che leggiamo di un crimine efferato, invece di indignarci e basta, ci chiedessimo: “Cosa ha portato questa persona a questo punto? Cosa potevamo fare per evitarlo? Cosa possiamo fare perché non accada più?”
Non è buonismo. È scienza applicata. La ricerca ci dice che la discussione contemporanea si concentra più sulla funzione del concetto di male nella morale, nella giustizia e nella responsabilità, piuttosto che sulla sua esistenza autonoma.
Se smettessimo di cercare “mostri” e iniziassimo a cercare cause, sintomi, fattori di rischio, potremmo sviluppare strumenti di prevenzione che oggi nemmeno immaginiamo.
La cattiveria non esiste, esiste la sofferenza non curata
La mia conclusione è una provocazione come l’introduzione.
Ed è questa: dietro ogni gesto che chiamiamo “cattivo” c’è quasi sempre una sofferenza non riconosciuta, non curata, trasformata in violenza.
Fa male, vero? Le mie parole vi stanno offendendo? Ci credo. Ma qualcuno deve iniziare a parlarne, e pazienza se mi prendo qualche insulto.
Anzi, rincaro la dose: dietro ogni “mostro” c’è quasi sempre una storia di monster creation – di come la società, la famiglia, il sistema sanitario abbiano contribuito a creare quello che poi condannano. La letteratura accademica è chiara: la cattiveria, intesa come entità autonoma, non esiste: è piuttosto una privazione del bene, un errore, o un costrutto sociale e psicologico. Questo non significa che non dobbiamo punire i crimini o proteggere le vittime. Significa che dobbiamo smettere di accontentarci di spiegazioni semplicistiche che ci fanno sentire meglio, ma non ci aiutano a crescere come società.
La cattiveria pura è un mito consolatorio. La realtà è molto più complessa, molto più dolorosa, ma anche molto più speranzosa: se riusciamo a capire come si creano i mostri, forse riusciamo anche a smettere di crearne. E questo, alla fine, è l’unico modo per onorare davvero la memoria di Diana, di Giulia e di tutte le altre vittime: impedire che il loro sacrificio sia stato vano.
Perché la cattiveria non esiste. Esistono persone che hanno sofferenze complesse, invisibili, nascoste o – peggio – ignorate. Esistenze interrotte che, se non intercettate, trasformano la propria sofferenza in quella altrui. E questo, finalmente, è qualcosa su cui possiamo agire.
Le fonti che ho letto per scrivere questo articolo:
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