Un ambulatorio con la musica di sottofondo, un avatar sulla porta, la capacità di fermarsi dallo schermo del computer per guardare negli occhi il paziente. Michele Riccio, diabetologo napoletano e coordinatore del gruppo comunicazione dell’AMD, racconta perché nella cura del diabete le parole contano quanto i farmaci.
C’è musica classica che accompagna l’attesa. Sulla porta dell’ambulatorio, un avatar a figura intera con fumetti che parlano di alimentazione e autocontrollo. E quando il paziente entra, il dottore si ferma, stacca gli occhi dallo schermo del computer e lo guarda davvero. Sono piccoli gesti, apparentemente marginali, ma per Michele Riccio, diabetologo ed endocrinologo napoletano, coordinatore del gruppo comunicazione dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD), sono parte integrante della cura.
“Noi consideriamo la comunicazione medico-paziente alla stessa stregua di un intervento terapeutico, né più e né meno”, spiega con la passione di chi ha fatto di questa convinzione una missione professionale. “Una buona comunicazione fa sì che tu ottenga il massimo della compliance, della collaborazione, dell’aderenza del paziente alla terapia.”
Quando lo stile di vita diventa medicina

In diabetologia, questa attenzione alla comunicazione non è un vezzo, ma una necessità clinica. “La terapia del diabete è lo stile di vita: alimentazione, attività fisica”, sottolinea Riccio. “E tu devi dire al paziente: questi non sono consigli per gli acquisti, non è la pacca sulla spalla. È una terapia, ha la dignità di un farmaco, né più e né meno.”
Ma come si convince una persona a cambiare abitudini radicate, a modificare il proprio rapporto con il cibo, a inserire l’attività fisica nella routine quotidiana? Servono competenze che non si imparano sui libri di medicina. “Ci sono medici che hanno queste competenze già in partenza, spontaneamente. Altri devono reinventarsi, devono imparare”, ammette. “Ma tutti quelli che si occupano di malattie croniche sentono la necessità di imparare qualcosa.”
L’AMD ha investito molto in questa direzione, organizzando corsi dedicati al counseling, alla prossemica, all’ascolto attivo. “Partiamo dalle basi: come deve essere lo studio dove accogli il paziente, come ti posizioni nello spazio, come presti orecchio”, racconta Riccio. Durante la pandemia da Covid-19, questi corsi sono proseguiti da remoto e hanno prodotto anche una pubblicazione collettiva, un libro dove ogni professionista ha condiviso la propria esperienza su diversi aspetti della comunicazione.
Il computer come terzo incomodo
Eppure, mai come oggi la relazione medico-paziente è sotto pressione. “Noi abbiamo il problema del computer”, confessa Riccio con realismo. “Per scrivere sulla piattaforma, sulla cartella clinica, molto spesso stai girato, non guardi il paziente. E il paziente lo avverte.”
La soluzione che propongono nei loro corsi è tanto semplice quanto efficace: “Quando dovete dire cose importanti, fermatevi dallo scrivere e guardate negli occhi il paziente.” Sono accorgimenti che richiedono consapevolezza, ma che possono fare la differenza tra una visita vissuta come un adempimento burocratico e un incontro di cura autentico.
E poi c’è l‘intelligenza artificiale, con le sue promesse e i suoi rischi. “Può essere un problema, ma potrebbe anche essere un’opportunità”, riflette Riccio con equilibrio. “Le chatbot potrebbero essere un valido ausilio per quei pazienti che si trovano in zone disagiate, dove i collegamenti sono complicati. Ma non sostituiranno mai il rapporto medico-paziente.”
Il vero problema è che le generazioni più giovani si stanno abituando a interagire principalmente attraverso schermi. “Facciamo tutto col telefonino, anche con i medici ci si messaggia con WhatsApp, non si parla neanche più al telefono”, osserva. “E tantissimi pazienti arrivano già con una diagnosi fatta da ChatGPT, convinti che il medico debba solo confermarla. Se non sei concorde, diventa motivo di scontro.”
La parola “obeso” sta diventando rischiosa
A volte, però, il problema della comunicazione non riguarda la tecnologia, ma il linguaggio stesso. Riccio ricorda ancora con chiarezza una sera, verso la fine dell’ambulatorio, quando una signora “abbastanza in carne” si presentò per una visita. “Le ho detto: signora, lei ha un BMI di 32-33, ha un’obesità di primo grado. Non ho fatto neanche in tempo a finire la frase che si è risentita come se l’avessi insultata.”
La signora, che faceva attività fisica con un personal trainer, si sentì profondamente offesa dal termine clinico “obesa”. Se ne andò lamentandosi con l’infermiera e promettendo di riferire tutto al marito. “Da quell’episodio, quando devo comunicare questa diagnosi dico sempre: signora, non vi sto insultando, il termine obeso è un termine scientifico”, racconta Riccio. “Perché nell’accezione comune, l’obesità è diventata quasi innominabile, sinonimo di bruttezza.”
È un paradosso del nostro tempo: mentre sui social proliferano messaggi di body positivity che rischiano di negare i rischi reali per la salute, nella relazione medica diventa sempre più difficile nominare certe condizioni senza suscitare reazioni difensive. “Con il politicamente corretto devi stare attento a quando dici le cose”, sospira. “Devi trovare la formula più accogliente possibile, che non induca resistenze in chi ti ascolta. Ed è molto difficile”.
La trappola delle soluzioni facili
Questa difficoltà di comunicazione si intreccia con un altro fenomeno preoccupante: la ricerca della soluzione rapida, del farmaco miracoloso che risolva tutto senza sforzo. “Adesso la prima cosa che ti chiedono è: dottore, quella puntura che fa dimagrire, la posso fare?”, racconta Riccio riferendosi ai farmaci GLP-1 agonisti come il semaglutide e il tirzepatide, diventati virali sui social per l’effetto dimagrante che si ottiene, apparentemente, senza sforzo. Ma non possono essere assunti con leggerezza: “Questi farmaci, al di là della cura del diabete dove funzionano benissimo, anche per la cura dell’obesità vanno inseriti in un contesto educazionale”, spiega con fermezza. “Prevedono un intervento sullo stile di vita, sull’attività fisica, sui comportamenti alimentari. Molte di queste persone hanno disturbi del comportamento alimentare, c’è anche la salute mentale di mezzo.”
Non a caso, nella chirurgia bariatrica è prevista la valutazione psicologica. “Se dietro l’obesità c’è un disturbo del comportamento alimentare, non lo risolvi con l’intervento chirurgico“, osserva. E racconta di pazienti che dopo la sleeve gastrectomy si abbuffavano di Coca-Cola o acqua effervescente per dilatare lo stomaco e poter continuare a mangiare. “Adesso sto vedendo pazienti che si sono sottoposti a chirurgia bariatrica, stanno ringrassando e vengono a chiedermi di prescrivere la puntura. È un lavoro di educazione proprio.”
Quando arrivano pazienti non diabetici che vogliono il farmaco dimagrante, Riccio è chiaro: “Dopo che hai fatto l’analisi, li hai intervistati, ci hai parlato e capisci la tipologia di intervento che vorrebbero, dico: guardate, io personalmente non sono d’accordo. Potete rivolgervi a qualcun altro, ma secondo me non siete adatti a fare questo tipo di terapia. Non è finalizzata a un cambio del vostro stile di vita, che è l’unica cosa che vi può salvare.”
Formare una nuova generazione
La carenza di medici rende tutto più complicato. “Abbiamo sempre meno medici, e quando quelli che devono andare in pensione rimandano, chi viene al loro posto non ha avuto il tempo di maturare l’esperienza”, osserva Riccio. “Soprattutto quando parliamo di comunicazione medico-paziente: le nuove leve non hanno avuto modo di stare in ambulatorio con i colleghi più esperti, di essere educati a questo tipo di rapporto che non si acquisisce nell’aula universitaria.”
Il risultato è una generazione di giovani medici che, pur preparati tecnicamente, sembrano “impiegati della salute”. “Cercano di fare il loro lavoro al meglio, ma sono molto carenti nel rapporto col paziente”, constata con rammarico. “Si guardano i parametri, si studia la malattia, non si studia la persona.”
Il primo incontro che salva
Eppure, Riccio non si rassegna. Anzi, dopo trent’anni di professione, conserva intatta la passione per la relazione terapeutica. “Ho deciso di fare il medico a 14 anni e non ho mai cambiato idea”, racconta. Ha scelto la diabetologia perché gli piaceva “riuscire a entrare in sintonia col paziente”. E ci è riuscito: “Ho pazienti che vengono da me da 30 anni e mi dicono: voi quando andate in pensione, io come faccio? Vuol dire che siamo entrati nella loro vita, sappiamo più fatti di famiglia dei loro parenti.”
Quando un paziente arriva per la prima visita dopo la diagnosi, Riccio sa che sta vivendo un momento cruciale. “Il nomenclatore ti dice che per ogni visita hai massimo 20 minuti, ma io con il diabetico naïve ci investo anche un’ora”, confessa. “Perché comunque è tutto nuovo per lui, è un mondo nuovo, emotivamente è un’altra cosa.”
Dare la notizia di una diagnosi di diabete, soprattutto di tipo 1, “è come dare la notizia di un lutto, di un fatto grave”, spiega. “L’imprinting, il primo contatto è fondamentale. Se lo fai nel modo giusto, gli hai già curato al 50% il diabete, perché sarà compliante, accetterà le cose che gli dici, capirà che non è nulla di grave e tutto sarà risolvibile. Se invece il medico si comporta in modo distaccato: ‘Sì, c’è questo, fai questo, fai quest’altro’, è probabile che il paziente non si sentirà coinvolto e andrà incontro a complicanze.”
La sua conclusione è netta, quasi un manifesto: “Il primo contatto col paziente diabetico è fondamentale: se lo sbagli lo hai condannato, se lo fai bene lo hai salvato.”
Sono parole che suonano forti, forse eccessive. Ma dopo un’ora di conversazione, dopo aver ascoltato aneddoti, riflessioni, preoccupazioni e speranze, appare chiaro che non sono solo parole. Sono la sintesi di una vita professionale spesa a dimostrare che nella cura delle malattie croniche, la comunicazione non è un accessorio gentile da aggiungere alla terapia quando c’è tempo. È la terapia stessa.
