Gli ambienti che abitiamo condizionano il nostro benessere relazionale. Ripensare l’accessibilità significa rimettere al centro la diversità biologica e sociale di ogni individuo.
C’è una sottile ma profonda linea di continuità tra il benessere psicofisico di una persona e la salute dello spazio sociale in cui si muove. Troppo spesso, quando analizziamo i concetti di salute e di cura, tendiamo a circoscriverli all’interno di una dimensione puramente clinica.
Dimentichiamo invece che l’architettura dei nostri quartieri, la configurazione dei servizi pubblici, l’intuitività dei trasporti e persino la leggibilità digitale delle nostre piattaforme social e web non sono elementi neutri: essi hanno il potere quotidiano di generare autonomia o, al contrario, di produrre isolamento, frustrazione e senso di inadeguatezza. L’ambiente, in fin dei conti, cura o ammala.
L’Universal Design (o in italiano Progettazione Universale), che a Settembre farà tappa alla Camera dei Deputati e quest’estate sarà in giro per l’Italia per continuare a farsi conoscere, prima ancora di essere un rigoroso insieme di regole geometriche, parametri ingegneristici o standard internazionali, si configura come un vero e proprio atto di cura socioculturale. È una filosofia progettuale ed esistenziale che risponde a una domanda fondamentale per la convivenza: come possiamo costruire una comunità in cui nessuno debba mai sentirsi un corpo estraneo o un ospite non gradito?
La risposta a questo interrogativo non risiede nell’ennesima deroga o nell’ennesimo intervento speciale, ma nel superamento radicale del concetto stesso di “adattamento”. Nella quotidianità di chi convive con una disabilità, di chi affronta una malattia cronica o neurologica, o di chi semplicemente si prende cura di una persona fragile, l’ostacolo più grande e logorante non è quasi mai il deficit in sé.
È lo sguardo della società, un’indifferenza che si materializza fisicamente sotto forma di una scala insormontabile, di un autobus inaccessibile o di un servizio pubblico incomprensibile.
L’Universal Design sposta radicalmente il focus del problema: la fragilità non è una colpa o un limite del singolo individuo che deve faticare per adeguarsi a un mondo rigido, ma diventa una precisa responsabilità collettiva della comunità che progetta. L’ostacolo si sposta dal corpo della persona alla struttura dello spazio.
Una progettazione accogliente e intuitiva risuona positivamente e simultaneamente sulla vita di tutti, senza distinzioni. Gli spazi flessibili, sicuri e privi di ostacoli fisici o cognitivi riducono lo stress emotivo e fisico di un’intera popolazione, favoriscono i contatti intergenerazionali e restituiscono una preziosa dignità di movimento. Una rampa ben integrata o un ingresso a livello non servono esclusivamente a chi si sposta in sedia a rotelle: migliorano la quotidianità di un genitore che spinge un passeggino, di un lavoratore che trasporta un carico pesante, di una persona anziana che sperimenta una progressiva riduzione della propria mobilità o di chiunque si trovi ad affrontare una difficoltà motoria o sensoriale temporanea.
Abbracciare la cultura dell’Universal Design significa fare pace con la nostra natura più profonda: riconoscere che la vulnerabilità e la mutabilità dei corpi fanno parte del ciclo naturale della vita e che siamo tutti, intrinsecamente, temporaneamente abili. Gli spazi accoglienti, comprensibili e aperti sono la medicina sociale più potente che abbiamo a disposizione contro lo stigma e l’emarginazione. Progettare partendo dalle esigenze umane nella loro totalità significa, in ultima analisi, sanare le ferite della solitudine e riscoprire il valore dell’abbraccio collettivo.
