Dalla pellicola al digitale, dall’elio ai nuovi magneti: come trent’anni di innovazione hanno trasformato non solo la qualità delle immagini, ma il tempo e il comfort delle persone che si sottopongono agli esami. Ne parlano un radiologo e un ingegnere clinico.
C’era un tempo in cui le immagini del nostro corpo viaggiavano su lastre di pellicola da otto euro l’una, sfogliate come francobolli in controluce. Un tempo in cui una risonanza magnetica poteva durare quaranta minuti di immobilità forzata dentro un tubo stretto, mentre il paziente lottava con la propria claustrofobia e il radiologo con le limitazioni tecnologiche. Quel tempo non è poi così lontano: appena quindici anni ci separano da una diagnostica per immagini che oggi sembra preistoria.
Giancarlo Gismondo Velardi, medico radiologo presso l’Ospedale San Vincenzo di Taormina, appartiene a quella generazione di specialisti che ha vissuto il passaggio epocale dalla pellicola al digitale. «Ricordo i primi tempi della specializzazione, quando si refertava ancora su pellicola», racconta. «Oggi, se ci ripenso, sembra davvero preistoria. La differenza era evidente: senza la lastra, in digitale, si può effettuare molto più facilmente il post-processing, le misurazioni, la valutazione sui tre piani dello spazio. Penso alla TAC: centinaia, migliaia di immagini che dovevamo andare a vedere come francobolli sulla pellicola. Ora invece il DVD costa un euro, la pellicola ne costava otto».
Ma se il passaggio al digitale ha rappresentato una rivoluzione nella qualità dell’immagine, è un’altra dimensione ad aver cambiato radicalmente l’esperienza del paziente: il tempo. Gianluca Giaconia, ingegnere clinico e vicepresidente dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC), individua proprio qui il cuore dell’innovazione degli ultimi anni. «Il paziente che prima entrava in una sala di risonanza magnetica o in una PET-TAC e ci stava quaranta minuti dentro, e adesso ce ne sta venti o dieci» spiega «ha un feedback notevolmente diverso. Al di là di quella che può essere l’innovazione tecnologica dietro, il paziente si accorge che non deve stare quaranta minuti in un tubo».
Il tempo come misura del cambiamento
È una considerazione apparentemente semplice, ma che tocca il cuore della relazione tra tecnologia e persona. Non tutte le innovazioni, infatti, sono percepibili allo stesso modo da chi si sottopone a un esame. «Prendiamo la TAC», osserva Giaconia. «Negli ultimi anni la dose di radiazioni emessa si è ridotta moltissimo, e la qualità dell’immagine è migliorata enormemente. Ma il paziente non se ne accorge, perché l’esperienza resta identica: entra, sta qualche minuto sul lettino, esce. Tutto qui. Invece, quando un esame come la risonanza o la PET che prima durava quaranta minuti adesso ne dura venti o dieci, quella differenza la senti eccome. È lì che l’innovazione diventa tangibile».
L’intelligenza artificiale: tra entusiasmo e spirito critico
Dietro questa riduzione dei tempi c’è spesso una sigla che ormai accompagna ogni discorso sull’innovazione sanitaria: intelligenza artificiale. Nel campo dell’imaging diagnostico, però, il suo impatto va ben oltre la mera automazione. «Gli algoritmi di denoising della risonanza magnetica sono talmente efficaci che posso far durare meno l’esame e poi recuperare l’informazione dopo», spiega Giaconia. «Oppure posso lasciare il paziente lo stesso tempo e avere un’immagine ancora più performante. Dipende dallo scopo».

Il dottor Gismondo Velardi ha sperimentato direttamente questi sistemi, e la sua testimonianza rivela un rapporto fatto di utilità concreta ma anche di necessaria cautela. «Quando lavoravo in Calabria avevamo un sistema di intelligenza artificiale per le radiografie del torace. Era un buon sistema, però a volte dava qualche falso positivo», racconta. «Per esempio evidenziava addensamenti che poi invece erano semplicemente dei vasi un po’ affastellati perché il paziente non aveva respirato bene. Io lo sapevo perché vedevo il paziente davanti a me, vedevo che non respirava bene, l’immagine non era qualitativamente eccellente. L’intelligenza artificiale può aiutare il radiologo, magari soprattutto quando è stanco per il carico di lavoro. Ma addirittura sostituirlo, in questo momento, mi sembra prematuro. Bisogna avere spirito critico nell’andare a valutare ciò che dice la macchina».
Una posizione che Giaconia comprende ma contestualizza con i dati. «È una preoccupazione legittima, però va anche un po’ in contrasto con i numeri», osserva. «Quando parliamo di software di intelligenza artificiale applicati all’imaging diagnostico, parliamo sempre di software certificati come dispositivi medici, che hanno subito analisi del rischio e test, con indicazione degli indici di sensibilità e specificità. Un software che fa la detection delle fratture, per esempio, ha una specificità e una sensibilità in ogni caso superiori alla media dei radiologi. È verissimo che l’intelligenza artificiale potrebbe vedere qualcosa che non c’è o non vedere qualcosa che c’è, ma questo vale anche per l’occhio umano — e i numeri ci dicono che la macchina sbaglia meno».
Il comfort del paziente: una nuova frontiera
L’innovazione tecnologica non riguarda solo la qualità dell’immagine e i tempi di esecuzione. C’è una dimensione spesso trascurata che sta emergendo con forza: il comfort fisico ed emotivo del paziente. Le risonanze magnetiche aperte rappresentano l’esempio più evidente di questa attenzione. Il dottor Gismondo Velardi ne riconosce il valore, pur con alcune precisazioni tecniche. «Quelle aperte ad alto campo si sono sviluppate molto recentemente», spiega. «Prima le risonanze aperte avevano un basso campo: sì, davano comfort al paziente, ma gli esami che si potevano eseguire erano pochi. Una risonanza magnetica dell’addome fatta a basso campo è come non farla. Invece una risonanza a basso campo può studiare bene la colonna vertebrale, la muscoloscheletrica, le piccole articolazioni».
La distinzione tra alto e basso campo magnetico è fondamentale: le risonanze ad alto campo (da 1,5 Tesla in su) permettono di studiare strutture più complesse, mentre quelle a basso campo sono adatte principalmente per articolazioni e colonna vertebrale. Ma anche le risonanze chiuse stanno evolvendo nella direzione del comfort. «Ho visto risonanze con un gantry di diametro maggiore, che consente anche ai pazienti con obesità di poterci entrare», racconta Gismondo Velardi. «E poi ci sono le sequenze triggerate, sincronizzate col respiro del paziente. L’ultima volta che le abbiamo usate, una colangio-risonanza è venuta di ottima qualità nonostante la paziente non riuscisse a stare troppo ferma”.
La rivoluzione delle risonanze senza elio

C’è un’innovazione recente che l’ingegner Giaconia definisce «una vera e propria rivoluzione»: le risonanze magnetiche senza elio. Per comprenderne la portata, bisogna sapere che nelle risonanze tradizionali l’elio liquido, portato a temperature prossime allo zero assoluto, serve a raffreddare i superconduttori che mantengono il campo magnetico. Questo richiede impianti complessi, consumi energetici elevati e importanti sistemi di sicurezza. «Una risonanza che ha pochissimi litri di elio invece di centinaia consente quasi di trattare l’installazione come una TAC, quindi una cosa abbastanza semplice», spiega Giaconia. «Permette di metterla in siti dove inizialmente un progetto non era realizzabile perché gli impianti di sicurezza non si potevano costruire. “E poi c’è il tema della sostenibilità: i consumi energetici si riducono drasticamente, perché è molto più semplice mantenere la temperatura dell’elio costantemente bassa, anche di notte quando non si fanno esami».”
La sicurezza dell’operatore nella radiologia interventistica
Un altro fronte di innovazione riguarda la radiologia interventistica, dove l’operatore tradizionalmente deve stare accanto al paziente, esposto alle radiazioni nonostante i camici di piombo. «Oggi è possibile fare esattamente tutte le cose che si fanno stando lì vicino al paziente, ma con un joystick dalla sala controlli», racconta Giaconia. «Non vestito col camice di piombo, non sterile perché non è in campo. In termini di sicurezza dell’operatore è un’evoluzione enorme». Anche le sale ibride, che combinano diverse tecnologie nella stessa stanza operatoria, rappresentano un avanzamento significativo. «Il vantaggio è poter passare da un intervento mininvasivo a uno tradizionale nella stessa sala. Le sale ibride con angiografo sono tantissime in Italia, un po’ meno quelle con TAC o risonanza, più complesse dal punto di vista realizzativo».
La relazione medico-paziente nell’era digitale
Ma cosa succede alla relazione tra medico e paziente in mezzo a tutta questa tecnologia? La risposta del dottor Gismondo Velardi è pragmatica e sfumata. «Dipende dal paziente e dal medico. È molto variabile. Ho avuto a che fare con pazienti molto diversi tra loro», premette, e poi racconta un aneddoto: «Una paziente guardava lo schermo dell’ecografo e mi fa: ‘Dottore, ma io non capisco’. E io: ‘Guardi, l’importante è che capisca io’».
Oltre al momento di leggerezza, emerge una riflessione più profonda sul tempo e sulle aspettative. «C’è una sorta di contraddizione», osserva il radiologo. «Se impieghi troppo tempo, il paziente si lamenta. Se ne impieghi troppo poco, pensa che tu sia stato superficiale. La velocità di esecuzione viene scambiata per pressapochismo, quando invece dipende dalla competenza e dal quesito clinico». Il contesto fa la differenza: quando lavorava in senologia, Gismondo Velardi aveva modo di dedicare anche un’ora per paziente. «Lì forse c’era più il fattore umano. Un po’ perché sono arrivato in una situazione particolare, dove l’ambulatorio aveva chiuso per mancanza di medici. Un po’ perché, insomma, io ho perso mia madre per un tumore al seno, quindi lo so bene quello che si prova».
Il nodo della formazione
Resta però un problema irrisolto: la formazione all’uso di macchinari sempre più sofisticati. «Sarebbe utile una sorta di guida passo passo ogni volta che viene aperto un protocollo di imaging», suggerisce Gismondo Velardi. «A volte la cosa non è così intuitiva. È come usare una Ferrari per andare a cinquanta all’ora: c’è tanto potenziale che non viene sfruttato».
Giaconia conferma il problema e ne spiega le ragioni strutturali. «La formazione la fa il produttore. Tipicamente, si prevede un affiancamento iniziale di sette giorni. Da quel momento in poi la curva di apprendimento dipende dalla curiosità dei clinici e dalla loro capacità di mantenere vivo il contatto con gli specialisti delle aziende», spiega. Il problema si aggrava con gli acquisti centralizzati: «Le grandi apparecchiature installate col PNRR sono state acquistate da Consip. Grande vantaggio sui prezzi, ma con contratti standard che prevedono poche ore di formazione. E poi c’è un altro aspetto: in sette giorni puoi solo imparare come si avvia la macchina. Le domande vere arrivano dopo sei mesi, quando la usi davvero. Bisognerebbe prevedere una formazione distribuita nel tempo, non concentrata tutta all’inizio».
Il futuro è già qui
Nel 2016, qualcuno profetizzò che i radiologi sarebbero stati sostituiti dall’intelligenza artificiale. «Invece siamo ancora qua», sorride il dottor Gismondo Velardi. Ma il mondo dell’imaging diagnostico è cambiato profondamente: immagini più nitide, esami più brevi, pazienti meno stressati, operatori più protetti. E una sfida ancora aperta: far sì che l’innovazione tecnologica continui a servire la relazione di cura, non a sostituirla.
Come sintetizza Giaconia: «Più la tecnologia diventa innovativa, più serve formazione. Alcuni algoritmi funzionano in automatico, come il motore intelligente della mia auto che ripartisce la trazione sulle quattro ruote senza che io faccia niente. Ma quando ci sono funzionalità da implementare, decisioni da prendere, aree da valutare, serve sempre più formazione, sempre più specifica». Perché alla fine, dietro ogni immagine diagnostica c’è un corpo, una storia, una persona. E nessun algoritmo, per quanto sofisticato, potrà mai sostituire lo sguardo di chi sa leggere oltre i pixel.
L’articolo è realizzato con il contributo non condizionante di Esaote spa, che ha scelto di supportare un’informazione indipendente e di qualità sull’innovazione sanitaria. Qui puoi leggere l’articolo che Esaote ha dedicato al progetto.
