Oltre la retorica del guerriero: il diritto alla fragilità e alla sbavatura
Di fronte a una diagnosi, che sia il buio di una depressione o lo scoglio di una malattia fisica, la società sembra avere una sola risposta pronta: l’armatura. Ci viene consegnata dopo il referto medico, accompagnata da frasi diventate troppo comuni: “Sei un guerriero/eroe“, “Combatti come un leone”, “Non arrenderti, mi raccomando”. Intorno alla malattia abbiamo costruito una narrazione epica della sofferenza, trasformando i reparti d’ospedale in trincee e gli studi psichiatrici in campi d’addestramento. Narrazioni che troppo spesso servono anche a coprire i vuoti di un sistema che non vuole guardare in faccia la realtà. È molto più facile, lodare il coraggio di un singolo individuo, trasformandolo in un simbolo di speranza che ci rassicura sul fatto che “volere è potere”, piuttosto che costruire servizi efficienti, abbattere ostacoli strutturali o finanziare un supporto psicologico che sia accessibile a tutti, non solo a chi può permetterselo.
Ma in tutto questo però, tra cronache di guerra e narrazioni, manca l’elemento fondamentale: la persona. Perché la verità, nuda e necessaria, è che non esistono eroi. Esistono solo semplici, ma uniche, persone.
Il peso dell’armatura
La retorica dell’eroismo, a ben guardare, sembra essere un meccanismo di difesa di non vive la malattia. Se definiamo “eroe” chi soffre, ci sentiamo inconsciamente sollevati dal dovere dell’empatia e della vicinanza, perché l’eroe, per definizione, è invulnerabile, eccezionale, distante; appartiene a un Olimpo che non ci riguarda da vicino e che ci rassicura.
Se sei un eroe poi, nell’immaginario collettivo, non hai bisogno di una mano: puoi farcela tranquillamente da solo. Se sei un guerriero, i tuoi sentimenti di rabbia, sconforto o terrore vengono giustificati solo in funzione di un bene superiore: la “vittoria”. Ma questo termine, “vittoria”, andrebbe maneggiato con estrema cura. Cosa succede infatti quando la vittoria non è prevista dal quadro clinico? Se la guarigione non arriva quella persona diventa forse un “perdente”? In base a quali criteri stiamo giudicando?
Qui nasce il primo, grande problema: molte persone con malattie fisiche o mentali, così come persone con disabilità, finiscono per sentirsi in colpa per non essere state “abbastanza”.
Se il linguaggio è quello del successo o del fallimento, il malato che non guarisce o che non sorride alla vita con ottimismo incrollabile sente di aver deluso il pubblico. La loro esistenza deve quindi diventare un perenne manifesto di resilienza forzata, un peso aggiuntivo in realtà che si somma a quello della patologia.
Il diritto alla sbavatura
Esiste allora qualcosa che può spezzare questo girone infernale fatto di armature pesantissime e trincee solitarie, di eroi e guerrieri? Si, esiste ed è un concetto semplice, che però oggi tendiamo a non insegnare più nemmeno ai bambini: il diritto all’errore o, ancora meglio, il diritto alla sbavatura.
E in questo diritto, che diventa spazio vitale, dobbiamo permettere alla malattia allora di non essere più una parentesi eroica, ma un pezzo di vita che scorre. In quel frammento di tempo, chi soffre è esattamente come tutti gli altri: può sbagliare, può piangere, può essere insopportabile o egoista.
Rivendicare il diritto alla sbavatura significa anche liberare la persona dall’obbligo di essere “di ispirazione” per gli altri. Significa poter vivere senza dover dimostrare ogni giorno di avere “una marcia in più” per giustificare la propria presenza al mondo perché la dignità non risiede nella capacità di restare integri o di mostrare un coraggio da film. Risiede nel diritto di andare in pezzi, di essere fragili, di manifestare il dolore senza che questo scalfisca la propria rispettabilità o il proprio posto nella società perché molto semplicemente una persona non è il suo coraggio, così come non è la sua diagnosi.
Dalla trincea alla realtà
Rivendicare tutto questo significa anche smettere di pretendere ed iniziare a finalmente a vedere: a partire da quelli che sono i bisogni reali, di persone reali, ma anche di accettare che la nostra esistenza non è la vetrina di un social network fatta di sorrisi e vite perfette ma è fatta anche di giorni ordinari, di noia, di burocrazia a volte estenuante e di piccoli o grandi fallimenti quotidiani.
Insomma, scendiamo dal piedistallo virtuale o reale che sia e torniamo alla base di tutto: la persona, nella sua magnifica e nuda imperfezione, libera finalmente dall’obbligo di essere forte per poter essere, semplicemente, se stessa. Perché gli eroi non esistono, le persone comuni si.
