L’appello di CONFAD contro un emendamento che mette a rischio i diritti delle persone non autosufficienti
Prendersi cura di una persona con disabilità grave o gravissima significa molto più che offrire un trattamento sanitario. Significa esserci, ogni giorno, con gesti fondamentali come aiutarla a mangiare, lavarsi, vestirsi, muoversi. Tutto ciò, per molte famiglie, è parte integrante della cura. Non è un “extra”, non è un servizio opzionale. È la vita quotidiana.
Eppure, l’emendamento della Senatrice Maria Cristina Cantù (n. 13.0.400 al DDL n. 1241 “Misure di garanzia per l’erogazione delle prestazioni sanitarie”) approvato in Commissione Affari Sociali del Senato il 6 marzo, va in una direzione diversa. La proposta mira a separare le prestazioni sociosanitarie da quelle sanitarie vere e proprie, escludendole dal budget del Servizio Sanitario Nazionale.
La modifica riguarda l’art. 30 della Legge 27 dicembre 1983 (la Legge Finanziaria 1984), che in origine era formulato così:
Per l’esercizio delle proprie competenze nelle attività di tipo socio-assistenziale, gli enti locali e le regioni possono avvalersi, in tutto o in parte, delle unità sanitarie locali, facendosi completamente carico del relativo finanziamento. Sono a carico del fondo sanitario nazionale gli oneri delle attività di rilievo sanitario connesse con quelle socio-assistenziali. Le unità sanitarie locali tengono separata contabilità per le funzioni di tipo socio-assistenziale ad esse delegate.
Con l’emendamento, la parte in grassetto è stata sostituita con questa formulazione: ““Sono a carico del fondo sanitario nazionale esclusivamente gli oneri delle attività di rilievo sanitario anche se connesse con quelle socio-assistenziali”.
Una modifica apparentemente tecnica, ma che apre scenari molto concreti. L’emendamento prosegue, infatti, precisando che anche nell’ambito dell’assistenza sociosanitaria residenziale e semiresidenziale – quella prevista nei Livelli Essenziali di Assistenza (DPCM 12 gennaio 2017) – le prestazioni saranno coperte dal Fondo Sanitario solo se “esclusivamente sanitarie”, anche se svolte insieme a quelle socio-assistenziali. Solo in casi di alta complessità assistenziale potrà essere riconosciuta una copertura fino al 70%. Ma attenzione: questa soglia, oggi, si applica solo alle persone con disabilità gravi, non agli anziani, anche se affetti da patologie gravi o invalidanti.
Cosa significa, in concreto?
Che tutte quelle attività essenziali alla vita delle persone non autosufficienti – l’igiene, l’alimentazione, la mobilità (dal sondino, alla mobilizzazione dei pazienti, fino al trattamento delle piaghe da decubito) – rischiano di non essere più garantite dallo Stato. L’assistenza quotidiana potrebbe diventare un carico economico ancora maggiore per le famiglie, già spesso lasciate sole a gestire situazioni complesse e faticose. CONFAD – Coordinamento Nazionale Famiglie con Disabilità – esprime una profonda preoccupazione per le possibili conseguenze di questo emendamento che ritiene in contrasto con la Costituzione italiana, contraddice i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ignora la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e ostacola l’attuazione del recente Decreto Legislativo 62/2024 sul progetto di vita indipendente.
Non si può spezzare la persona in “pezzi” di competenze diverse
Una visione frammentata della cura nega il principio stesso della presa in carico globale: non esiste salute senza dignità e non esiste assistenza senza continuità. L’approvazione definitiva dell’emendamento rappresenterebbe un passo indietro. I costi dell’assistenza ricadrebbero sempre più sui Comuni e sulle famiglie, creando disuguaglianze e discriminazioni nell’accesso ai servizi. Chi ha bisogno di cure non può dipendere dal luogo in cui vive o dalle risorse della propria famiglia. La retroattività della norma, inoltre, rischia di creare gravi iniquità giuridiche, danneggiando chi ha già ottenuto riconoscimenti e lasciando nell’incertezza chi ha ancora procedimenti in corso. “Esprimo la mia forte contrarietà nei confronti dell’emendamento – dichiara Alessandro Chiarini, presidente CONFAD – e confermo che vi sono seri e fondati dubbi sulla legittimità costituzionale della norma, che rischia di abbassare ulteriormente i livelli di tutela sanitaria e ampliare le disuguaglianze nell’ accesso ai servizi sociosanitari. La salute, la dignità e il diritto alla cura delle persone con disabilità non autosufficienti non possono essere oggetto di compromessi normativi. Meritano attenzione, rispetto, visione. Meritano di essere messi al centro”.
E cosa succede alle persone con patologie gravissime?
Quelle cosiddette “100%”, per cui è impossibile distinguere tra prestazioni sanitarie e socio-assistenziali? Se il testo restasse com’è, si troverebbero coperte solo per metà del costo reale dell’assistenza. Il resto graverebbe sulle famiglie. C’è di più. L’emendamento apre anche la strada a futuri interventi più restrittivi: un domani si potrebbe arrivare a distinguere e “scorporare” ogni singolo servizio non strettamente sanitario, fino – secondo alcuni osservatori – al paradosso di dover pagare persino i pasti consumati in ospedale. Il testo, infine, non definisce in modo chiaro cosa sia “esclusivamente sanitario” e cosa no, lasciando spazio a interpretazioni soggettive e a una grande incertezza giuridica, anche per i procedimenti già in corso.
Una norma che, sotto l’apparenza tecnica, rischia di colpire le persone più fragili, quelle che hanno più bisogno di tutele.
