Si tende a pensare che sia una malattia delle donne. Ma un uomo su sei va incontro a una frattura da fragilità nel corso della vita. E il 92% di chi si frattura non riceve alcuna terapia specifica. Ne abbiamo parlato con il professor Davide Gatti, reumatologo e presidente eletto della SIOMMS
C’è una malattia silenziosa che cammina accanto a milioni di uomini italiani senza che quasi nessuno la nomini. Non fa rumore. Non dà sintomi evidenti. Si manifesta, spesso, con un gesto banale: alzarsi di notte per andare in bagno, scivolare, cadere. E rompersi.
L’osteoporosi maschile è una delle grandi dimenticate della medicina moderna. Non perché non esista — i dati dicono il contrario — ma perché nell’immaginario collettivo, e spesso anche in quello clinico, rimane una “malattia delle donne”. Il professor Davide Gatti, reumatologo e presidente eletto della SIOMMMS (Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro), smonta questo pregiudizio con dati alla mano e una franchezza disarmante.
Prima di tutto: cos’è davvero l’osteoporosi

Prima di entrare nel mondo maschile, Gatti tiene a ribadire un concetto fondamentale, ancora troppo poco diffuso: il problema dell’osteoporosi non è la densità ossea in sé, ma la frattura.
L’osteoporosi è una delle patologie croniche più diffuse al mondo, eppure continua a essere largamente sottodiagnosticata e sottotrattata. In Italia interessa circa 4,5 milioni di persone — 3,5 milioni di donne e 1 milione di uomini — con una prevalenza che, nella fascia over 50, raggiunge il 23% nelle donne e il 7% negli uomini. Numeri destinati a crescere: nei prossimi vent’anni la popolazione italiana con più di 65 anni aumenterà del 25%, e con essa il peso di questa malattia.
Tipicamente associata alla donna in menopausa — cui la carenza estrogenica sottrae fino al 5% di massa ossea all’anno nella decade successiva ai 50 anni — l’osteoporosi colpisce in misura significativa anche gli uomini, nei quali però rimane ancora più invisibile: solo 1 uomo su 5 con la patologia ne è consapevole, contro 1 donna su 2. Un’asimmetria che ha conseguenze gravi: le fratture osteoporotiche sono meno frequenti nel sesso maschile, ma la mortalità ad esse associata è significativamente più alta.
“L’aspetto essenziale,” spiega Gatti, “è proprio la frattura da fragilità. Siamo stati programmati per non romperci cadendo dalla nostra altezza — altrimenti saremmo tutti rotti, visto che capita a tutti di cadere ogni tanto. Quando invece questo basta a produrre una frattura, c’è qualcosa che non va. E quella si chiama frattura da fragilità.”
Una distinzione che sembra ovvia, ma che in realtà non ha ancora trovato riconoscimento nel sistema sanitario: nei DRG ospedalieri, la voce “frattura da fragilità” non esiste. C’è scritto, semplicemente, “frattura”. Il che significa che l’intero sistema — amministrativo, clinico, terapeutico — tende a non vedere la causa profonda dell’evento e, di conseguenza, a non trattarla.
I numeri che nessuno dice
Se si considera una donna di 50 anni, la probabilità che vada incontro a una frattura da fragilità nel corso della vita è di una su due, o al massimo una su tre. Un dato che ha spinto la medicina a costruire protocolli, screening, campagne di sensibilizzazione.
Per gli uomini? Uno su sei. “Non è pochissimo,” dice Gatti. “È comunque tantissimo.”
Le fratture più frequenti seguono un’evoluzione quasi cronologica: il polso, tra i 55 e i 65 anni (il paziente cade e ancora riesce a mettere le mani avanti); le vertebre, tra i 55 e i 70 anni; il femore, dopo i 70, quando i riflessi rallentano e non c’è più tempo di proteggersi.
Quest’ultima è quella che spaventa di più, e a ragione. “Chi si frattura il femore sopra i 70 anni ha un rischio di mortalità aumentato del 30% nei due anni successivi,” spiega il professor Gatti. Non perché la frattura uccida direttamente, ma perché cambia lo stato di salute del paziente: meno movimento, più rischio cardiovascolare, più vulnerabilità respiratoria, persino un aumento del rischio di sviluppare diabete. “La fragilità scheletrica diventa la soglia d’ingresso alla fragilità in assoluto.”
Il paradosso dei non trattati
C’è un dato che, nel corso della conversazione, il professor Gatti ripete più volte con una certa amarezza: il 92-93% dei pazienti che hanno avuto una frattura da fragilità — uomini e donne — non riceve alcuna terapia specifica per l’osteoporosi.
“Una tua amica cade, si frattura il femore, la operano, la mandano a casa e se è fortunata le danno la vitamina D. Ma una terapia per l’osteoporosi, nel 92% dei casi, non viene prescritta.”
Non è tutto. Tra quei pochi che una terapia la ricevono — spesso gratuitamente, grazie alla nota 79 dell’AIFA — il 50% la sospende prima del necessario.
Il motivo è comprensibile ma non giustificabile: la terapia per l’osteoporosi non dà la percezione di fare del bene. Non si sentono effetti immediati. I controlli densitometrici richiedono mesi. E spesso, con i farmaci più comuni, il risultato visibile non è un miglioramento, ma semplicemente che le cose non peggiorano.
Perché gli uomini sono ancora più svantaggiati
Nel maschio, il percorso verso la diagnosi è più accidentato per almeno tre ragioni.
La prima è culturale: l’uomo non si percepisce a rischio. Non esiste per lui un “momento shock” paragonabile alla menopausa femminile, anche se una perdita di attività ormonale con effetti negativi sullo scheletro avviene anche nel sesso maschile.
La seconda è clinica: nell’uomo sono più frequenti le osteoporosi cosiddette secondarie, cioè causate da altre patologie — malattie infiammatorie come l’artrite reumatoide, patologie respiratorie trattate con cortisone inalatorio, malattie gastroenterologiche come la celiachia, disfunzioni tiroidee, abuso di alcol: “Spesso nell’uomo non vengono svolti questi accertamenti” dice Gatti. “Curiamo la malattia di base e ci dimentichiamo dell’osso.”
La terza ragione è farmacologica, e qui il professor Gatti non usa mezze parole: “L’uomo, secondo il regolatorio, può accedere a un numero limitato di terapie rispetto alle donne.” I farmaci anabolici più innovativi — come romosozumab e abaloparatide — nell’Unione Europea non sono registrati per l’uso maschile, perché le case farmaceutiche non hanno condotto trial specifici su questa popolazione.
Nello specifico, per romosozumab ci sono dati su uomini presenti, ma sia in Ue sia negli Usa la registrazione rimane confinata alla donna postmenopausale; un eventuale uso maschile sarebbe off‑label. Per abaloparatide ci sono dati maschili robusti e infatti l’FDA negli Usa ha approvato l’indicazione maschile; da noi (EMA/AIFA) lo status può essere diverso o ancora limitato alla donna postmenopausale.
Gatti ricorda anche, con una battuta, un dato biologico spesso ignorato: “Nell’osteoporosi maschile gli estrogeni funzionano molto meglio del testosterone. Il nostro osso è più programmato per rispondere agli estrogeni. Non c’è quindi nessun motivo biologico per pensare che un farmaco efficace nelle donne non debba funzionare anche negli uomini.”
La frattura come sintomo
C’è un ultimo messaggio che il professor Gatti vuole lasciare, rivolto non solo ai pazienti ma ai medici: la frattura non è mai soltanto una frattura. È un sintomo.
“Ci sono pazienti a cui abbiamo diagnosticato malattie ematologiche perché si erano fratturati. Fratture anche apparentemente lievi devono diventare un campanello d’allarme per cercare qualcosa che magari sta lavorando sottotraccia, senza che ce ne accorgiamo ancora.”
Il messaggio finale è duplice. Agli uomini: l’osteoporosi può riguardarvi, soprattutto se avete patologie a rischio o prendete farmaci come il cortisone. Non aspettate di fratturarvi per cominciare a occuparvi della salute delle vostre ossa. Alla classe medica: quando un paziente maschio si frattura, anche a una vertebra, anche a un polso, quella non è una casualità. È un’indicazione a indagare, trattare, e non lasciare solo il paziente con una pacca sulle spalle.
Dopo una certa età, una frattura non è mai una “semplice” frattura.
L’articolo è realizzato con il contributo non condizionante di Esaote spa, che ha scelto di supportare un’informazione indipendente e di qualità sull’innovazione sanitaria. Qui puoi leggere l’articolo che Esaote ha dedicato al progetto.
