Una malattia genetica rara, il bullismo a scuola, la solitudine. Poi lo sport, il blind tennis e un sogno: andare nelle scuole a parlare di disabilità. La storia di un ragazzo che non si è arreso.
Ventidue anni. E un’esperienza che ne dimostra il doppio. Idee ben chiare su cosa vorrebbe dalla vita. Domande, tantissime. Risposte poche. Perché alla domanda: cos’ho di sbagliato? La risposta risuona sempre stonata per chi la riceve: non hai nulla di sbagliato. Nulla? E allora perché la società non mi capisce? Perché sono solo, se non ho nulla di sbagliato?
Perché di sbagliato in questa storia c’è solo il modo con cui la società, una parte della società, vede le persone con una disabilità. Ma lasciamo che la storia emerga dalle parole di Ludovico.
La diagnosi a 9 anni
A 9 anni, Ludovico De Checchi scopre di avere l’atrofia ottica ereditaria degenerativa, una malattia genetica rara che colpisce il nervo ottico e provoca una perdita progressiva della vista. «Per adesso è stabile», spiega, «ma essendo una malattia nuova, la stanno ancora studiando. Non si sa fino a dove si potrà spingere». Al momento Ludovico vede poco, ma vede ancora. È seguito dal centro specializzato dell’ospedale Bellaria di Bologna.
Nel 2020 arriva una seconda diagnosi: ipotonia muscolare, un’altra malattia rara che impedisce il normale sviluppo dei muscoli. «Rimango praticamente debole», dice con una sintesi che non ha bisogno di spiegazioni. A tutto questo, più di recente, si sono aggiunti problemi al cuore.
Il muro della scuola
Quando i compagni scoprono della sua malattia, Ludovico viene isolato. «Nessuno voleva stare con me. Non sapevano come comportarsi, e quindi si sono allontanati». Le cose non migliorano con il tempo: alle medie e alle superiori il bullismo peggiora. «Ci sono episodi che sono veramente brutti da raccontare. Preferisco non farlo perché solo a pensarci mi viene veramente male».
E i professori? «Non mi hanno aiutato, anzi hanno peggiorato la situazione. Erano tutti contro. Volevano farmi fare il percorso facilitato». Ludovico, sostenuto dai genitori, rifiuta. Sa che il percorso facilitato non gli avrebbe dato un diploma vero. Resiste, e si diploma all’istituto sociosanitario.
Monica, il punto di riferimento che non c’è più
Fino alla quinta superiore, Ludovico ha avuto al suo fianco una donna straordinaria: Monica. Lo aiutava a scuola, con i compiti a casa, era il suo punto di riferimento.
Era presente il giorno dell’orale di Maturità. Dopo tre giorni, ha perso la vita in un incidente stradale.
«È stato un colpo devastante», dice Ludovico. E il silenzio che segue queste parole pesa più di qualsiasi commento. Perché quando c’era Monica, la scuola era un’altra cosa e anche quell’isolamento in cui gli altri lo avevano confinato, era più accettabile.
Senza di lei, la vita è diventata più difficile.
Lo sport come valvola di sfogo
Se la scuola è stata il luogo dell’esclusione, lo sport è stato quello della salvezza. Ludovico pratica nuoto, atletica, pallavolo fin da piccolo. Poi arriva il calcio per persone con disabilità, e da lì, grazie a un amico, il blind tennis: una disciplina in cui si gioca con una pallina sonora dotata di sonagli, che permette ai giocatori ipovedenti di seguire la traiettoria attraverso il suono.

Ludovico gioca nella categoria B4, la più alta in Italia. E non è un dettaglio: «Grazie anche al mio contributo hanno istituito la categoria B4 in Italia, che prima esisteva solo a livello internazionale». Ha partecipato ai campionati mondiali nel 2024. Tutto questo con l’ipotonia muscolare che rende ogni movimento più faticoso.
«Lo sport è stato quella valvola di sfogo che utilizzavo perché ero solo e non avevo nessuno. Senza lo sport non sarei riuscito a raccontarvi la mia storia. È fondamentale fare sport. Io vorrei che le persone con disabilità facessero sport e che non venissero rinchiuse nei centri sociali, nascoste da tutto».
La solitudine, ancora
A 22 anni, Ludovico non ha amici. Lo dice senza autocommiserazione, come un dato di fatto. Quando la sua storia è uscita sulla Gazzetta dello Sport, si sono fatti vivi ex compagni che non sentiva da anni. «Volevano tornare nella mia vita solo perché ero diventato famoso, tra virgolette. Si chiama ipocrisia».

Ludovico racconta di essersi chiuso in casa dopo la diagnosi, a 9 anni, in un isolamento sociale che lo accompagna ancora oggi. «Anche adesso rimango chiuso in casa tutto il giorno, esco pochissime volte». Sa di avere «un carattere un po’ speciale», di non essere «molto amichevole». Ma forse, come gli dico durante la nostra conversazione, può essere anche la conseguenza di anni di porte chiuse in faccia. Non è colpa sua.
Il sogno: andare nelle scuole

Dopo il diploma, Ludovico si prende un anno sabbatico e viaggia per l’Europa in macchina con i genitori. Poi va al centro per l’impiego, dove trova una funzionaria svogliata che non lo aiuta. Sta cercando lavoro, ma non è semplice.
Eppure, Ludovico ha un’idea chiara di cosa vorrebbe fare: andare nelle scuole a parlare di disabilità. Fare attivismo, sensibilizzare, raccontare la sua esperienza a bambini, studenti e insegnanti. «È fondamentale», ripete più volte. E ha ragione.
Perché la scuola italiana, troppo spesso, non sa accogliere la diversità. No manca di celebrare la giornata dei calzini spaiati, ma quando si tratta di includere le persone con disabilità, colleziona disastri. Vede la disabilità come un limite, anziché per quello che è: occasione di arricchimento. Una persona con disabilità in una classe potrebbe insegnare più di mille lezioni di educazione civica, se solo le si desse la possibilità di esistere senza essere messa in un angolo.
Un appello
Ludovico è pronto. È pronto ad andare nelle scuole, a parlare con i bambini e con i professori, a raccontare cosa vuol dire crescere con una disabilità invisibile in un mondo che non ha voglia di capire. Ha la sua storia, ha la forza che lo sport gli ha dato, e ha la determinazione di chi ha dovuto lottare per ogni singolo traguardo.
Se sei un dirigente scolastico, un insegnante, un educatore, un’associazione che lavora con le scuole: contattateci. Ludovico ha qualcosa di importante da dire. E i nostri ragazzi hanno bisogno di ascoltarlo.
«Non sei tu quello sbagliato», gli ho detto alla fine della nostra conversazione. «È il mondo là fuori che ha qualcosa di sbagliato, non te». Ludovico ha ascoltato in silenzio. Spero che un giorno non debba più sentirselo dire, perché quel mondo là fuori avrà finalmente imparato.
