Dalle Olimpiadi di Milano Cortina alla vita quotidiana, la medicina dello sport è una disciplina che tutela non solo gli atleti, ma è fondamentale per la salute di tutti. E non si limita al certificato medico. Intervista a Fabio Pigozzi, presidente della Federazione Internazionale di Medicina dello Sport (FIMS).
Si parla di medicina dello sport quasi esclusivamente in due circostanze: quando un calciatore famoso si infortuna o quando è il momento di rinnovare il certificato medico per la palestra. Eppure, dietro questa etichetta apparentemente di nicchia si nasconde una delle discipline mediche più trasversali e, per certi versi, più lungimiranti del panorama sanitario italiano ed europeo. Le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, in corso in questi giorni, offrono l’occasione per guardare questa specialità da una prospettiva diversa, più ampia, che va ben oltre il perimetro della competizione sportiva.
A guidarci in questo percorso è Fabio Pigozzi, Professore Ordinario di Medicina Interna dell’Università di Roma “Foro Italico”, Presidente della Federazione Internazionale di Medicina dello Sport (FIMS) e Presidente di NADO Italia, l’organizzazione antidoping italiana.
Una specialità che compie quasi cent’anni

La medicina dello sport non è nata ieri. La Federazione Internazionale di Medicina dello Sport, che Pigozzi presiede, è un’organizzazione riconosciuta dal CIO e «tra poco compirà 100 anni. È stata fondata nel 1928 nel corso dei Giochi Olimpici invernali di Saint Moritz». Una disciplina che il professore definisce «multidisciplinare, che si occupa sia di prevenzione sia di tutte le branche che possono interessare la gestione di un soggetto che pratica attività sportiva o attività fisica in genere: dalla traumatologia alle varie specialità coinvolte».
L’Italia, in questo campo, è stata pioniera. «Già dal 1957 nelle facoltà mediche esiste la scuola di specializzazione in medicina dello sport. Parlo della scuola fondata all’Università di Milano da un fisiologo, il professor Margaria», ricorda Pigozzi. Un primato riconosciuto anche a livello continentale: «A giugno 2024, la specializzazione in medicina dello sport è stata riconosciuta come full specialization nel contesto dell’Unione Europea».
Il filtro epidemiologico che non sapevamo di avere
C’è un aspetto della medicina dello sport che Pigozzi tiene a sottolineare con forza: il suo ruolo di sentinella sanitaria per la popolazione. «Quel filtro epidemiologico che ha riguardato la mia generazione — la visita di leva o la medicina scolastica — non esiste più. La leva non è più obbligatoria, la medicina scolastica è stata ridimensionata. La medicina dello sport, e quindi la visita di idoneità che si svolge per fare attività agonistica o non agonistica, costituisce un filtro epidemiologico perché rivolto all’accertamento dello stato di salute in soggetti asintomatici, dunque apparentemente sani». In pratica, dietro la necessità del certificato medico, c’è la possibilità di valutare lo stato di salute generale e l’opportunità di identificare patologie che altrimenti sarebbero rimaste nascoste.
I numeri confermano l’importanza di questo screening. «Dallo 0,5 all’1% dei soggetti sottoposti a visita di idoneità sono considerati non idonei per patologie che vengono scoperte in quel contesto. La maggior parte delle non idoneità sono cardiologiche», quindi condizioni che, associate all’esercizio fisico, comporterebbero un rischio aggiuntivo.
Il sistema italiano di certificazione è articolato su due livelli. L’idoneità agonistica può essere rilasciata esclusivamente dallo specialista in medicina dello sport, con un protocollo che nella maggior parte degli sport prevede anamnesi, visita medica generale, spirometria, esame delle urine ed elettrocardiogramma a riposo e dopo sforzo. L’idoneità non agonistica — quella per la palestra, per intenderci — può essere rilasciata anche dal medico di medicina generale o dal pediatra. In entrambi i casi, il medico è tenuto, su motivato sospetto clinico, a chiedere accertamenti aggiuntivi. «Se, ad esempio, nella visita viene percepito un soffio cardiaco dai caratteri non chiaramente benigni, verranno richiesti accertamenti integrativi come l’ecocardiogramma», chiarisce Pigozzi.



L’esercizio fisico come farmaco: chi lo prescrive?
È il tema forse più attuale della medicina dello sport contemporanea, e Pigozzi lo definisce «un cavallo di battaglia che come medicina dello sport stiamo portando avanti da tempo». I dati di partenza sono impressionanti: le malattie non trasmissibili — cardiovascolari, oncologiche, metaboliche, psichiatriche, pneumologiche — «a livello globale cubano il 70% dei decessi ogni anno. Nel nostro Paese arriviamo al 92%». Entro il 2050, un sesto della popolazione mondiale avrà più di 65 anni, rendendo la questione ancora più urgente.
L’inattività fisica è uno dei fattori di rischio modificabili, accanto al fumo, all’eccesso di alcol e all’alimentazione impropria. Le raccomandazioni sono chiare: «Ci vogliono almeno 150 minuti di attività fisica di intensità moderata o 75 minuti di attività fisica più intensa a settimana», ricorda l’esperto, accompagnati da esercizi di potenziamento muscolare per contrastare la sarcopenia, cioè la perdita di tono e tessuto muscolare legata all’invecchiamento.


L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un piano globale sull’attività fisica (2018-2030) con l’obiettivo di ridurre del 15% i livelli di inattività sia negli adulti sia negli adolescenti. Ma l’esercizio fisico come si prescrive a chi ha una patologia cronica?
«Lo specialista in medicina dello sport, nella sua formazione, impara le modalità per cui si può prescrivere o non prescrivere un certo tipo di attività fisica», spiega Pigozzi. «C’è un’ area dedicata alla sportprofilassi e sporterapia nelle scuole di specializzazione». Per cui non basta dire a un paziente: “Non basta dire “fai un po’ di nuoto”, “Cammina 30 minuti al giorno”, ma capire se quel paziente può fare o non fare nuoto e per quanto tempo, e come deve farlo. «Se io prescrivo nuoto a un soggetto con osteoporosi, gli faccio fare un’attività antigravitazionale, quindi non miglioro la sua condizione». E se la prescrizione deve avvenire da parte di un medico, anche per la somministrazione ci vuole personale competente: laureati in scienze motorie, e in particolare chi ha conseguito la laurea specialistica in attività motorie preventive e adattate. Anche il medico di base può consigliare al paziente diabetico e obeso di “fare mezz’ora di camminata”? «Certamente, se ha competenze nella prescrizione di programmi personalizzati di esercizio fisico per prevenire e trattare varie patologie», risponde Pigozzi. «Ma la medicina dello sport non viene insegnata regolarmente nelle scuole mediche. Il ruolo dell’esercizio fisico e della sua somministrazione può essere una competenza acquisita oppure delegabile allo specialista».
Lo sport anche con una patologia: il caso Steve Redgrave
Pigozzi tiene a sfatare un pregiudizio diffuso, e lo fa con un esempio olimpico: «Steve Redgrave, canottiere britannico, già da atleta d’élite venne colpito da una forma di diabete. Con un’adeguata assistenza medica e una programmazione degli allenamenti compatibile con la nuova situazione, è riuscito a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Sydney». Non esiste, dunque, una proscrizione automatica dell’esercizio fisico in presenza di patologia: «La patologia, se controllata, può essere compatibile con un’attività fisica e un’attività sportiva agonistica». L’ approccio multidisciplinare è la chiave. Alcune regioni italiane, come il Veneto, hanno già sviluppato le cosiddette “palestre della salute” con esperienze consolidate. «Un auspicio», aggiunge Pigozzi, «è che l’esercizio fisico venga riconosciuto anche nel trattamento delle patologie croniche, come la fisioterapia, sostenuto dal Servizio Sanitario Nazionale. Tutto questo non implica un aumento dei costi, ma una diminuzione, perché con l’esercizio fisico prescritto dallo specialista possiamo controllare meglio l’evoluzione di una patologia». Evitando quindi costi di ricoveri, trattamenti, farmaci, etc…

Non solo sport: medicina dell’esercizio fisico
C’è una questione di linguaggio che Pigozzi accoglie con entusiasmo. Chiamarla “medicina dello sport” rischia di relegarla mentalmente alle sole competizioni sportive. In realtà, il cambiamento è già in atto: «Oggi le scuole di specializzazione si chiamano medicina dello sport e dell’esercizio fisico», conferma. «C’è una linea di demarcazione almeno da un punto di vista di comunicazione. Ma occorre fare di più. Dobbiamo parlare di attività sportiva e di esercizio fisico, specie quando parliamo di trattamento delle patologie croniche: dobbiamo essere concentrati sul ruolo dell’esercizio fisico nella gestione della patologia stessa».
Dalle Olimpiadi alla palestra sotto casa, dalla visita di idoneità alla prescrizione dell’esercizio come terapia: la medicina dello sport si conferma una disciplina molto più vicina alla vita quotidiana di quanto il suo nome lasci immaginare. E forse, la prossima volta che andremo a rinnovare quel certificato, lo guarderemo con occhi diversi.
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