Per decenni si è creduto che le persone con una diagnosi di tumore dovessero soprattutto riposare. Il movimento era visto come qualcosa che addirittura poteva peggiorare la situazione. Oggi, la scienza dice il contrario: l’esercizio fisico, calibrato e personalizzato, può affiancare le cure farmacologiche, ridurre gli effetti collaterali, migliorare la qualità di vita e, in alcuni casi, incidere sulla sopravvivenza. Eppure, solo il 7% dei pazienti oncologici si muove regolarmente. Un paradosso, tutto culturale, che la medicina sta cercando di colmare.
Era il 2015, quinta tappa del Tour de France. Una caduta, un dolore che non passava, un’ecografia che rivela un tumore al testicolo. Ivan Basso, ciclista due volte vincitore del Giro d’Italia, si ritira dalla gara, lascia il ciclismo professionistico a meno di 38 anni e torna in Italia per operarsi. Da quel momento, lo sport smette smette di essere la sua professione e diventa qualcosa di più profondo: un modo di sentire e capire il corpo.
Ma non smette di allenarsi.
«Non ho mai abbandonato lo sport. È stato prezioso in ogni fase del mio recupero. Camminate in montagna, corsa, tennis, e solo più tardi la bicicletta, quando i tempi tecnici me lo hanno permesso. È stato un ritorno graduale, ma decisivo per ritrovare equilibrio, forza e fiducia».
La sua testimonianza è stata al centro di un interessante incontro per presentare Be Active Lab, piattaforma digitale realizzata da Amgen insieme a un board multidisciplinare di oncologi, ematologi, medici dello sport e chinesiologi, per offrire contenuti informativi e programmi di esercizio personalizzati lungo tutto il percorso di cura.
Il cambio di paradigma
Fino a pochi anni fa, il consiglio più diffuso per un paziente oncologico era: riposa. L’idea era che il corpo sotto trattamento dovesse preservare le energie, che lo sforzo fisico potesse essere controproducente. Una logica apparentemente sensata, ma che recenti evidenze scientifiche hanno progressivamente smontato.
«Per lungo tempo si è pensato che chi ha un tumore dovesse soprattutto riposare, come se il riposo fosse di per sé curativo», ha ricordato Francesca Lanfranconi, medico dello sport, presidente dell’Associazione Medico Sportiva di Lecco e ricercatrice in fisiologia dell’uomo. «Oggi sappiamo che non è così: l’esercizio è una sorta di terapia mirata che favorisce i tessuti sani a sfavore di quelli con cellule tumorali. Si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma, che richiede un’evoluzione culturale all’interno della medicina».
È in questo contesto che nasce l’exercise oncology, una disciplina che «considera l’esercizio non solo come una raccomandazione generale di benessere, ma come un vero e proprio strumento di supporto alla terapia, da integrare nei percorsi riabilitativi e terapeutici», ha spiegato Fotios Loupakis, oncologo, ricercatore e presidente dell’Associazione KISS. «Al pari dei farmaci, però, richiede approcci mirati e modulati in base alla situazione e alle caratteristiche della singola persona».
Cosa dice la scienza
Nel 2025 il trial CHALLENGE ha fatto parlare di sé: pubblicato sul New England Journal of Medicine e presentato all’ASCO, il maggiore congresso mondiale di oncologia, ha valutato per la prima volta, con il rigore metodologico di uno studio su un farmaco, l’effetto di un programma strutturato di esercizio fisico nei pazienti con tumore del colon già operati e trattati con chemioterapia adiuvante. I risultati hanno mostrato una riduzione del 37% del rischio di morte e del 28% del rischio di recidiva nel gruppo che aveva seguito il programma di allenamento personalizzato per tre anni, rispetto a chi aveva ricevuto solo materiale informativo su dieta e stile di vita.
«È un passaggio molto importante – ha commentato Loupakis – perché per la prima volta si è usato lo stesso approccio con cui si studia un farmaco per valutare l’esercizio fisico. E i risultati sono stati talmente solidi che la European Society for Medical Oncology ha aggiornato le proprie linee guida sul tumore del colon in stadio localizzato, integrando per la prima volta l’attività fisica strutturata e personalizzata tra le raccomandazioni ufficiali».
Non si tratta di un dato isolato. Un’analisi pubblicata su JAMA Network Open nel 2026, condotta su circa 14.000 persone con sette diversi tipi di tumore, ha mostrato come i pazienti più attivi (sia prima sia dopo la diagnosi) presentino un rischio significativamente più basso di mortalità. E per i tumori al polmone e al retto, anche il passaggio da uno stile di vita sedentario a uno attivo dopo la diagnosi è stato associato a una riduzione del rischio di morte per tumore.
Come agisce il movimento sul corpo con un tumore
L’esercizio non è solo benessere: agisce sul microambiente tumorale attraverso meccanismi biologici precisi: «In primo luogo migliora l’ossigenazione dei tessuti – ha spiegato Lanfranconi – le cellule tumorali tendono a svilupparsi in un ambiente povero di ossigeno, mentre l’attività fisica stimola il metabolismo ossidativo e indirizza ossigeno e nutrienti verso i tessuti sani, sottraendoli alle cellule tumorali. Allo stesso tempo, ha un impatto importante sul sistema immunitario, modulandolo a più livelli e contribuendo a rafforzarne la capacità di risposta. Si tratta di un aspetto particolarmente rilevante considerando che molti tumori compromettono il sistema immunitario ».
C’è anche un effetto sul dolore: l’esercizio favorisce la produzione di endorfine, con un effetto analgesico naturale che in alcuni casi può essere paragonato a quello di sostanze farmacologiche.
Sul piano clinico, i benefici si estendono alla tollerabilità delle terapie: «Quando il paziente riesce a seguire con maggiore regolarità i trattamenti, evitando interruzioni, annullamenti o cambi di terapia, aumenta la probabilità che il trattamento stesso funzioni al meglio – ha sottolineato Loupakis -l’attività fisica contribuisce a ridurre effetti collaterali come fatigue, nausea, neuropatie, disturbi del sonno».
Il chinesiologo: la figura che manca (quasi sempre)
Se l’esercizio deve entrare nel percorso oncologico come una terapia vera e propria, occorre qualcuno che lo prescriva, lo progetti e lo monitori. È qui che entra in gioco il chinesiologo, una figura ancora poco integrata in oncologia.
«Il chinesiologo esperto in attività adattata è il professionista specializzato nell’erogare esercizio fisico progettato per gestire sintomi ed effetti collaterali dei trattamenti oncologici, migliorare la forza muscolare, la capacità cardiorespiratoria e la composizione corporea – ha spiegato Alice Avancini, ricercatrice e chinesiologa del dipartimento di Neuroscienze Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona». Questi aspetti non incidono solo sulla qualità di vita, ma rappresentano anche fattori prognostici rilevanti in ambito oncologico.
Il programma non si costruisce a tavolino, ma inizia da una valutazione iniziale approfondita che comprende la storia clinica, il tipo e lo stadio della malattia, i trattamenti in corso, le eventuali comorbidità, lo stato nutrizionale e alcuni test motori. A questo punto viene adattato, cioè personalizzato sui bisogni della persona e della fase di malattia. «Il percorso di allenamento non è mai lineare – ha precisato Avancini – durante le fasi intensive del trattamento le condizioni possono cambiare rapidamente. Il programma viene monitorato e modificato nel tempo, attraverso obiettivi progressivi e momenti di feedback con il paziente, che sono un elemento chiave per sostenere la motivazione e l’aderenza».
La sua ricerca ha prodotto dati concreti: nello studio prospettico CHOiCE (Choose Health: Oncological patients Centered Exercise), condotto su circa 180 pazienti in trattamento oncologico in tre centri sperimentatori (Biella, Trento,Verona), sono stati osservati miglioramenti significativi della capacità fisica e della qualità di vita, insieme a una riduzione di fatigue, nausea, vomito, dispnea, dolore e disturbi del sonno. «L’esercizio fisico aiuta anche a rafforzare il coinvolgimento attivo della persona: il paziente non si limita più ad affidarsi alle cure, ma percepisce di poter contribuire in modo concreto al proprio percorso».
Solo il 7% lo fa: il nodo culturale
Nonostante le evidenze, la distanza tra la ricerca e la pratica quotidiana è ancora enorme. Solo il 7% dei pazienti oncologici pratica regolarmente attività fisica. Un dato che racconta una barriera prima di tutto culturale in un paese fanalino di coda in Europa per quanto riguarda il movimento, ma anche organizzativa. Il chinesiologo e il medico dello sport non sono ancora figure sistematicamente presenti nei reparti di oncologia, e il modello multidisciplinare che integra attività fisica, nutrizione e supporto psicologico nel percorso di cura resta l’eccezione.
«Esistono modelli territoriali già strutturati, come il sistema delle “palestre della salute” attivo in Veneto ed Emilia-Romagna – ha ricordato Avancini – si tratta di un modello che potrebbe essere progressivamente esteso ad altre realtà regionali. Ma affinché l’attività fisica diventi davvero parte integrante del percorso terapeutico, il ruolo dell’oncologo è fondamentale: la prescrizione dell’esercizio fisico da parte del medico è più autorevole e rassicurante per il paziente, e crea le condizioni perché si instauri un rapporto di fiducia con lo specialista del movimento». Loupakis ha sottolineato l’importanza del «transfer di entusiasmo» nella comunicazione medico paziente. La motivazione, con il monitoraggio, resta cruciale per aumentare la percentuale di persone che si approcciano all’attività fisica.
Ed è proprio da questi bisogni che è partita Amgen per sviluppare Be Active Lab, realizzata con il contributo di un board scientifico: «L’attività fisica spesso resta esclusa dai team multidisciplinari che prendono in carico il paziente oncologico – ha osservato Carmen Nuzzo, Therapeutic Area Lead di Amgen Italia -. Nel percorso che vede la presenza di chirurghi, dietisti, psicologi, mancano chinesiologi e medici dello sport. Oggi abbiamo dati che mostrano quanto sia importante integrare le terapie con lo sport. Il portale è un primo passo: la nostra ambizione è continuare a sviluppare soluzioni sempre più personalizzate e anche fisicamente più vicine al paziente».
