Ma il talento delle persone con disabilità sta diventando uno strumento narrativo per commuovere, anziché informare.
C’è una frase che oggi accompagna quasi ogni racconto pubblico della disabilità, e la dicono tutti prima ancora di cominciare: «questo non è pietismo». Programmi televisivi, spettacoli teatrali, campagne. Il pietismo è diventato la cosa da cui prendere le distanze a voce alta — segno che qualcosa, nel modo in cui abbiamo raccontato le persone con disabilità, ci mette a disagio. È un buon segno. Il problema è che la formula si è trasformata nel suo contrario: «non è pietismo» è oggi il più delle volte l’etichetta che si cuce addosso il prodotto pietistico per non sembrarlo.
Incuto pietà senza dire che voglio incutere pietà. Questo è il senso di diversi tentativi di parlare di disabilità che vediamo oggi.
Parlo di un programma di cui ho visto alcune puntate: Lo Spazio dei Talenti, condotto da Fabrizio Bracconeri su Rai 2. Di altri esempi — a teatro, altrove — si discute molto in questi mesi, ma non ho intenzione di giudicare ciò che non ho visto con i miei occhi. Preferisco parlare di ciò che conosco. E questo l’ho guardato.
Lo Spazio dei Talenti viaggia per l’Italia a raccontare storie di persone con disabilità che hanno costruito un percorso di studio, lavoro, sport, arte. Si presenta come l’esatto opposto del pietismo: dà la parola direttamente ai protagonisti, promette concretezza e non retorica, rifiuta le etichette. Nasce con il contributo del Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità della Presidenza del Consiglio. Sulla carta, fa ciò che si dovrebbe fare. Ma rivendica di non essere ciò che, guardando bene, in buona parte è.
Non perché ci siano intenzioni negative o la volontà di sfruttare la vulnerabilità: sono convinta che chi lo realizza creda in quello che fa. Ma narrare la disabilità è complesso, e non basta emozionare per dire di averlo fatto bene.
La grammatica, non le intenzioni
Qui conviene spostare lo sguardo. Non ha senso chiedersi se «vogliono» far piangere o impietosire: è un processo alle intenzioni, indimostrabile, e per giunta le intenzioni le dichiarano opposte. Ha senso invece guardare la forma che il racconto assume, indipendentemente da chi lo firma. La forma si legge, si cita, si analizza. Le intenzioni no.
E la forma parla una lingua riconoscibile: quella del merito. L’arco dell’eroe, il lessico del coraggio e del riscatto, la difficoltà «trasformata in forza». È la sintassi del nonostante — ha ottenuto qualcosa nonostante la disabilità — che sembra un elogio e invece incornicia la persona come eccezione ammirevole. In una delle storie, la sindrome di Asperger — termine che molti ancora usano, ma clinicamente superato dal 2013, perché questa forma di autismo è stata inglobata nel più generale spettro autistico — di una protagonista viene presentata come «la stessa di Mozart, Beethoven, Einstein ed Elon Musk»: la lista dei geni, il trope del talento-nonostante allo stato puro. Puro inspiration porn: se questi geni erano Asperger, allora tutti gli Asperger possono essere geni, nonostante l’Asperger. Non fa una piega.
Chi guarda, e chi è guardato
Il risultato è che la persona con disabilità diventa il materiale con cui si produce un’emozione destinata a qualcun altro. Al centro non c’è chi vive quella condizione, c’è chi la guarda — il suo sollievo, la sua ammirazione, la sensazione di essere, per una sera, una persona migliore. Fortunata.
Lo si capisce dalla domanda diretta che Bracconeri rivolge ad alcune mamme dei ragazzi e delle ragazze autistici protagonisti di alcune puntate: «Quando ti sei accorta che qualcosa non andava?». Avrebbe potuto chiedere: come siete arrivati alla diagnosi? Ma è troppo informativo, troppo sobrio; meglio — forse — puntare subito all’emozione, mostrando la persona come un problema.
Ma l’autismo non è un problema. È un disturbo del neurosviluppo che può manifestarsi in forme più o meno intense, e trattarsi in modi diversi. Le persone autistiche con un supporto di livello 1 hanno relazioni sociali, si integrano, costruiscono una vita piena pur con le loro difficoltà; chi ha bisogno di un supporto di livello 2 o 3 incontra ostacoli maggiori. Ma ogni caso è a sé. Ogni persona ha delle difficoltà, e non è soltanto le sue difficoltà: può avere problemi e capacità, essere simpatica o antipatica, un universo intero di possibilità. È proprio questo che rende così complesso raccontare bene la disabilità: perché si finisce per vedere solo quella.
Lo schema di Bracconeri è sempre lo stesso, per quello che ho potuto vedere: prima il colloquio con i genitori, dove si parla solo dei problemi. Sono i genitori a mettere in luce eventuali punti di forza dei figli, ma non per le domande poste. Poi il conduttore va a parlare con i ragazzi, con un atteggiamento da famigliare/amicone più che da conduttore. Abbraccia, bacia.
Mi ha colpito quando bacia una ragazza con autismo di livello 1 (la puntata dell’Asperger che ho citato all’inizio). Lei sta brava e non dice nulla, ma si intuisce che quel bacio non le ha fatto piacere, perché alle persone autistiche non piace in generale essere toccate, abbracciate e baciate, soprattutto da persone che non conoscono. Quella scena mi ha dato fastidio. Bracconeri sa che le persone autistiche in generale non amano essere toccate?
Capisco che lui abbracci e baci per compensare quel momento di imbarazzo che viene dal fatto di non saper gestire certe emozioni. Sono ragazzi che tutti noi vorremmo abbracciare, ma non sempre è l’abbraccio quello che vogliono. Alle volte vogliono solo essere ascoltati, capiti, supportati. Se se vuole parlare di disabilità, bisogna saper cogliere anche queste sfumature, quando è il caso di fare domande, quando è meglio tacere, quando è il caso di abbracciare, quando è meglio rimanere al proprio posto.
Il punto è che l’obiettivo, in questi format, non è mostrare come una persona con disabilità possa avere una vita ricca, piena, fatta di buone relazioni, affrontando non solo i suoi desideri personali ma anche gli ostacoli che la società pone a questa realizzazione. Perché molto spesso la disabilità è causata dalla società, non tanto e non solo dalle condizioni cliniche. Ma tutto questo non c’è in questa trasmissione. È piuttosto costruita per addolcire lo sguardo di chi guarda, esibendo il talento del protagonista come a dire: vedi quanto è bravo, nonostante il suo problema? Vedi che brave queste associazioni che aiutano questi ragazzi che, da soli, non ce la farebbero? Vedi che bravi questi genitori?
È il meccanismo che l’attivista australiana Stella Young ha chiamato inspiration porn: la disabilità usata come fonte di ispirazione a beneficio di chi disabile non è.
E qui torna il disclaimer. Lo Spazio dei Talenti giura di non fare pietismo mentre, a parer mio, lo fa nella forma aggiornata del racconto d’ispirazione — e nell’atteggiamento un po’ infantilizzante che il conduttore tiene verso i protagonisti, che bacia di continuo e a cui ricorda quanto sono bravi. Non è un’ipocrisia individuale: è il segno che «non è pietismo» ha smesso di descrivere una pratica ed è diventato un’insegna. Ci si mette al riparo dalla parola, non dalla cosa.
«Non è pietismo» è il nuovo pietismo travestito da racconto autentico.
Il servizio pubblico ha un altro obbligo
E qui c’è la differenza che pesa di più. Un teatro privato può legittimamente puntare all’emozione: è una scelta artistica, e l’arte può avere la commozione come fine. La televisione pubblica no. Un programma realizzato con soldi pubblici e con un dipartimento di governo alle spalle ha un mandato diverso: informare. Su di esso l’asticella è più alta, perché non deve piacere — deve far capire. Chiedere a Lo Spazio dei Talenti informazione lucida e non emozione confezionata è chiedergli di fare il suo mestiere.
Capisco che non sia facile, e capisco che Bracconeri ci mette il cuore, perché quello mi arriva. Lo vedo quando si emoziona e non trova le parole, quando abbraccia per colmare quel momento in cui non sa come fare. Però se si vuole raccontare la disabilità in modo autentico e professionale, se si vuole fare un servizio pubblico come è l’intento di questa trasmissione. bisogna saper colmare quei vuoti non con abbracci, ma con domande giuste. Poche, ma buone.
La disabilità non funziona come la pubblicità. Non basta che se ne parli, nel bene o nel male. Raccontarla male — appiattendola sull’ammirazione per il talento «nonostante» — non è meglio che tacerne: può fare danni veri a chi ci convive e da quegli sguardi vorrebbe altro. Non odio, e nemmeno amore non richiesto, ma sguardi sinceri, curiosi, aperti, capaci di includere. Una narrazione che addolcisce non apre lo sguardo: lo intorpidisce.
E allora, come si fa?
Come si racconta la disabilità senza scivolare nel pietismo? Ho qualche idea. Si smette con le introduzioni stucchevoli, gli interventi sdolcinati, le conclusioni strappalacrime. Domande secche, senza giudizio — raccontami della diagnosi; com’è una tua giornata qualunque; che obiettivi hai; quali difficoltà hai incontrato; quali momenti di gioia — e poi si dà subito il microfono ai protagonisti, caregiver compresi. Perché la tentazione di addolcire tutto è sempre dietro l’angolo, soprattutto quando di quel mondo non si è capito granché.
Un esempio? Che ci faccio qui, di Domenico Iannacone. L’intervista a Sammy Basso è un modello di come si può fare: poche domande, e lo spazio tutto al protagonista della storia.
Un racconto giusto non è quello che rinuncia all’emozione — sarebbe un altro modo di sbagliare, e c’è già abbastanza gente che pretende che la disabilità sia sempre e solo dramma serio, quando molte persone con disabilità rivendicano il diritto alla leggerezza e all’ordinarietà. Un racconto giusto è quello in cui la persona resta autrice e soggetto della propria storia, non pretesto della nostra; quello che lascia entrare la contraddizione — la rabbia, la noia, la fatica, la banalità — invece di bloccare tutto su una nota sola, che sia la lacrima o l’applauso.
Le persone con disabilità non sono la loro disabilità. Ma non sono nemmeno solo il loro talento. Sono una complessità di emozioni, atteggiamenti, parole, universi che nessuna etichetta potrà mai contenere. Possono essere antipatiche, scontrose, avere mille difetti o mille talenti. Guardarle solo con la lente della dolcezza significa rinunciare al loro tutto, al loro essere persone complete, con le loro giornate sì e le loro giornate no.
La domanda da farsi prima di accendere la telecamera non è «emozionerà?». È un’altra, e vale per Bracconeri come vale per me e per chiunque voglia parlare di disabilità: di chi è questa storia? E perché la sto raccontando?
