In un’epoca caratterizzata da rapidi cambiamenti e sfide senza precedenti, la gioventù si trova ad affrontare una crisi emotiva e psicologica. Insieme a Joshua Freedman, uno dei più noti esperti mondiali di intelligenza emotiva, approfondiamo il fenomeno del malessere giovanile, esacerbato dalla pandemia, ma radicato in problemi più profondi e complessi. Attraverso l’analisi dell’intelligenza emotiva, si cerca di comprendere le risposte emotive dei giovani a un mondo in apparente distruzione e di esaminare il ruolo della società nel plasmare queste reazioni.
Quale è la fotografia emotiva dei giovani, oggi?

C’è adesso un allarme che riguarda le persone sotto in trent’anni, il loro benessere emotivo e psicologico. E possiamo dire che vivano – il fenomeno è molto diffuso – condizioni di sofferenza che non sono comprensibili a persone che hanno più di trent’anni. Noi abbiamo pubblicato il più ampio studio recente sull’intelligenza emotiva (con dati raccolti in più di quaranta paesi) e abbiamo riscontrato quanto la pandemia, pur non avendolo determinato, abbia amplificato il fenomeno del malessere giovanile. Sono convinto che non sia un fenomeno creato dalla pandemia, ma allo stesso tempo che la pandemia lo abbia esacerbato. Chiunque abbia meno di trent’anni ha vissuto un capovolgimento esistenziale, a causa della pandemia. Gli adulti no. Sono cambiate per un periodo lungo della loro vita breve abitudini, frequentazioni, prospettive di vita, idea del futuro. Non so esattamente spiegare la causa di un impatto così forte, ma penso di poter suggerire qualcosa. Quale è la risposta emotiva appropriata a un mondo che sembra andare in distruzione? Che cosa si potrebbe provare in una situazione del genere? Per uno della mia età, che è destinato a morire tra non molto, forse la reazione adeguata è di essere costernato, nulla più, ma per uno che ha vent’anni, più di metà esistenza da vivere, la risposta emotiva appropriata è quella di essere impietrito, terrorizzato. Credo ci si possa domandare, ad esempio, perché le persone adulte non stiano facendo di più per ricostruire presente e futuro…
Bisogna curare la persona….o la società?
Mi sembra che molto spesso osserviamo le reazioni che le persone hanno in alcune condizioni, e anche quando sono reazioni vissute da una larga maggioranza della popolazione, ci fermiamo ad analizzarle (e giudicarle), ma non ci domandiamo: non è che forse la società – qualcosa nell’organizzazione sociale – debba cambiare? Mi chiedo quindi, quanto questi segni di disagio giovanile, piuttosto che incapacità adattative personali, non siano invece risposte funzionali a una crisi della società. Forse i giovani stanno rispondendo emotivamente in modo appropriato a una crisi sociale importante.
In ultima istanza, anche se non sembra il più sano adattamento (quello dei giovani) forse dobbiamo ritenerlo il più ragionevole. E aggiungo che il nostro modo di osservare questo fenomeno e dare nomi (e quindi giudizi) a specifici atteggiamenti, ha un peso significativo. C’è una ricerca interessante che sostanzialmente dice che se guardi e consideri la depressione e l’ansia in modo negativo subirai maggiormente il loro effetto negativo.
Che cosa bisogna fare?
Quello che noi stiamo cercando di fare da oltre venticinque anni, è dire che le emozioni sono dei dati. La tristezza non è peggio della gioia; ovviamente la felicità è divertente, amabile ma, così come la tristezza, è un processo inconscio ed entrambe ci insegnano qualcosa. Una delle mie preoccupazioni è che stiamo andando verso una crescente tossica positività – modo di raccontare l’esistenza spinto ed esacerbato dai social media – in cui appaiono vite e identità parziali, editate per risultare felici e perfette, che sembrano la norma, ma non lo sono. Ovviamente io non posto quando mi sento uno schifo e commentando che sono una nullità

Che cosa potremmo fare per cambiare rotta?
La domanda più puntuale secondo me è: quali sono le competenze che potrebbero muovere ognuno di noi verso la direzione nella quale sarebbe meglio andare? Ad esempio, un punto centrale è la solitudine odierna di bambini e giovani e la rarità delle occasioni che creano per socializzare; come costruire quindi relazioni migliori? C’è una componente personale, sulla quale lavorare, guidare i giovani nel capire chi sono, e una componente relazionale, sociale, e cioè aiutarli a capire come possono contribuire alla società, fare la differenza. I giovani non ritengono oggi di poter influenzare il futuro in modo positivo. Penso che questo sia il punto centrale.
Le parole possono essere utili a rifondare in parte la società o c‘è altro da fare?
Si, le parole sono belle e utili, anche la pittura, la musica, ma la cosa più significativa, secondo me, è come facciamo esperienza individualmente di queste cose. C’è una soluzione che vale per tutti? L’obiettivo è trovare l’esperienza che alleni ciascuno singolarmente a entrare in relazione con gli altri, con il futuro e a trarne beneficio.
Questa idea di voler trovare una soluzione per vivere meglio non di per sé un’idea controproducente, stressante?
È una domanda molto profonda. Forse nessuna strada è “la Strada”? Quello che penso stia succedendo effettivamente è che si scambiano spesso principi e processo: quando si inizia a stabilire il proprio successo come qualcosa di oggettivo, esterno, si perde il personale senso di sé; la valutazione del valore diventa un processo fatta da qualcuno di esterno al soggetto. Bisogna tornare a interiorizzare i criteri di successo perché siano significativi. Per provare emozioni. Per dirla più semplice: spesso confondiamo i nostri veri valori interiori con criteri di “successo” imposti dall’esterno. Quando basiamo il nostro senso di valore su fattori esterni come ricchezza, fama o l’approvazione degli altri, finiamo per perdere il contatto con noi stessi. Lasciamo che siano altri a giudicare se siamo di “successo” o meno. È importante invece riscoprire i nostri criteri personali di soddisfazione e realizzazione. Solo stabilendo noi stessi cosa è veramente importante per sentirci appagati, possiamo provare emozioni autentiche e un senso di pienezza interiore. Il successo deve avere un significato profondo per noi, non essere solo l’apparenza imposta da criteri esterni. Quando viviamo secondo i nostri valori più profondi, possiamo sentirci realizzati indipendentemente dai giudizi altrui.
Tu affermi che le emozioni sono frutto di tante emozioni sovrapposte e coesistenti: è possibile identificare quelle dominanti in uno specifico periodo storico?
Noi creiamo sempre e solo le emozioni che ci servono. Chimica, neurormoni. Vanno avanti e indietro tra il nostro corpo e il nostro cervello. E ovviamente parte di questa generazione di ormoni dipende dal nostro tentativo di adattarci all’ambiente che percepiamo. È una danza tra la nostra dimensione interiore e il mondo che percepiamo. Noi cambiamo la nostra neurobiologia in base alle emozioni che proviamo di più e che cambiano ovviamente in base all’ambiente in cui viviamo. Sappiamo anche, da ricerche scientifiche, che quando si sopprime un’emozione, si sopprimono tutte le emozioni. Fare più esperienze dirette, è probabilmente il modo di sviluppare un complesso emozionale sano. Viverle più profondamente. E torniamo al punto di partenza, alla salute mentale. Se tu dici a un ragazzo “è sbagliato che tu sia triste, è sbagliato che tu sia così ansioso”, stai mettendo in pratica un atteggiamento dannoso. Bisognerebbe rispondere “è veramente ragionevole la sensazione che stai provando. Tutte le emozioni esistono per un motivo e tutte sono valide”. Sono secoli che poeti, filosofi, intellettuali, vivono, raccontano e riflettono sulla tristezza, che è biologicamente una delle nostre emozioni primigenie… Come è possibile che adesso il pensiero positivo voglia suggerirci di abolirla, metterla a tacere?!?
Credi che la scarsa cultura possa essere uno dei motivi della difficoltà crescente nello stabilire una relazione “seria” con le nostre emozioni?
Ti racconto una piccola storia. Mio cugino era un produttore musicale e un po’ di anni fa mi disse che stava imparando, utilizzando le nuove tecnologie, a registrare musica più “pura”, pulita. Chi compone digitalmente fa musica perfetta. Ma c’è un problema nel modo in cui le persone fanno esperienza di questo tipo di musica, è meno affascinante, coinvolgente. È esattamente come dovrebbe essere. Perfettamente a tono. E questo non suscita le stesse sensazioni della musica “imperfetta, umana”. Immagina una sala concerti, l’acustica, la complessità, ovviamente si vuole che si senta bene, ma si ricerca anche una sorta di naturalezza. Più digitale corrisponde a meno autenticità. E penso che quando guardiamo sui social media e vediamo tutte queste immagini generate dall’intelligenza artificiale, nella maggioranza dei casi sperimentiamo noia. La tecnologia in qualche modo implica una riduzione di significato. Più costruiamo cose che non sono esistite e non esistono, come foto di esperienze mai vissute, meno le sentiremo risuonare in noi, emotivamente. La crisi emotiva che affligge la gioventù di oggi è un riflesso delle sfide che la nostra società deve affrontare. Mentre la pandemia ha amplificato questo malessere, le sue radici sono molto più profonde. È fondamentale riconoscere che le emozioni, sia positive che negative, sono dati preziosi che ci insegnano qualcosa. Invece di sopprimere le emozioni negative, dobbiamo accettarle come risposte valide e ragionevoli alle circostanze attuali. Infine, è essenziale che ognuno di noi sviluppi le competenze necessarie per costruire relazioni migliori e contribuire positivamente alla società. Solo allora potremo sperare di affrontare efficacemente la crisi emotiva che affligge la nostra gioventù.
“[…] si tratta di scoprire che la vita non è da guarire, ma da vivere, semplicemente”. (M. Benasayag, G. Schmit,)
E come aggiunge Joshua, completamente, con tutto il cuore.
