In questi giorni, dopo l’evasione del detenuto Emanuele De Maria mentre lavorava in regime di semi libertà a Milano, causando lesioni gravi a un collega e uccidendo un’altra collega, presumibilmente sua amante, tornano i cori da stadio: “Buttate la chiave, vergogna, gli assassini devono rimanere in carcere” e via dicendo.
A questo strazio si aggiungono i media che ci mettono il carico da dodici, sprecando fiumi di inchiostro su come sia possibile definire tale individuo un “detenuto modello”, senza sapere cosa significhi questa definizione per l’ordinamento giudiziario.
Una narrazione tossica che fa male a tutti: alle vittime, ai parenti delle vittime, alla società, e a quei detenuti (non sono tutti assassini, gli omicidi rappresentano meno dell’1% dei reati e il tasso di omicidi nel nostro paese è tra i più bassi in Europa) che, a differenza di quel detenuto, sono in carcere, stanno scontando la loro pena, e per questa narrazione e per questo fatto esaltato come se fosse la regola, anziché l’eccezione, rischiano di vedersi preclusi i permessi tanto attesi.
Ma il punto che vogliamo sottolineare è un altro. “Buttare via la chiave” non solo non è consentito dalla legge, ma non serve a nulla. Legittimo che vittime e parenti lo pensino, che le stesse si augurino il peggio per chi ha causato loro tanto dolore: legittimo, comprensibile, umano, accettabile. Da loro, sì. Dal resto della società, politici, giornalisti, sociologi, criminologi, persone comuni, etc…no.
Altrimenti torniamo alla legge del taglione, torniamo al Medioevo, con tutte le conseguenze del caso. Che non mi pare fossero positive. La violenza, la disumanità, anche se perpetrata nei confronti di chi per primo si è macchiato di delitti tremendi, non funziona come deterrente. Senza andare troppo indietro nella storia, basta vedere che accade negli Stati Uniti. La pena di morte negli Stati Uniti non ha dimostrato di essere un deterrente efficace per gli omicidi. Numerosi studi e analisi indicano che gli stati che applicano la pena capitale spesso presentano tassi di omicidio più alti rispetto a quelli che l’hanno abolita. Ad esempio, uno studio ha evidenziato che Texas, California e New York, con diversi livelli di applicazione della pena di morte, hanno tassi di omicidio molto simili, suggerendo che la presenza o meno della pena capitale non influisce significativamente sulla diminuzione degli omicidi. Inoltre, la maggioranza dei criminologi (circa l’88%) concorda sul fatto che la pena di morte non funzioni come deterrente. Le persone che commettono crimini violenti spesso non considerano le conseguenze legali prima di agire, e gli stati con più esecuzioni tendono ad avere anche tassi più elevati di crimini violenti. Questo indica che la pena capitale non migliora la sicurezza pubblica, anzi in certi casi può peggiorarla. Studi storici, come quelli condotti da Ehrlich, avevano suggerito un possibile effetto deterrente, ma tali risultati sono stati contestati e non confermati da ricerche più recenti e complete, che tengono conto di molteplici variabili socio-demografiche e politiche. E di un aspetto cruciale: le pene non possono consistere nello stesso atto che si sta perseguendo….
Le pene non possono essere disumane
A dirlo non è solo il buon senso civico. Iniziamo dalla Costituzione. L’articolo 27 stabilisce un principio fondamentale: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Non si tratta di una semplice dichiarazione d’intenti, ma di un imperativo costituzionale che orienta l’intero sistema penitenziario italiano verso un obiettivo preciso: il recupero e il reinserimento sociale di chi ha commesso un reato. Questo principio sancisce una visione illuminata della giustizia, che va oltre la semplice punizione per abbracciare l’idea che ogni essere umano, indipendentemente dagli errori commessi, meriti una seconda possibilità. Non è solo una questione etica, ma anche pragmatica: una società che investe nella rieducazione dei detenuti è una società che investe nella propria sicurezza futura. Perché le persone dal carcere, prima o poi, escono. Anche chi ha ha un ergastolo dopo alcuni anni può richiedere permessi per uscire in occasione di determinati eventi o la semi libertà per lavorare (l’art. 21 della legge sull’ordinamento penitenziario).
La scelta tra un approccio punitivo e uno riabilitativo non è solo una questione etica, ma anche economica. Mantenere una persona in carcere costa allo Stato italiano circa 150 euro al giorno, mentre le misure alternative hanno un costo significativamente inferiore. Se si considerano anche i costi indiretti della recidiva (nuovi processi, nuove vittime, nuove detenzioni), l’investimento in programmi di riabilitazione rappresenta non solo una scelta umana, ma anche economicamente vantaggiosa.
Un sistema carcerario in crisi
Non si può pensare di recludere le persone a vita nel carcere. Perché già adesso, le carceri stanno esplodendo. Al 31 dicembre 2024, le carceri italiane ospitavano 61.861 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 51.312 posti. Considerando i 4.475 posti inagibili, la capienza effettiva si riduce a 46.837, portando il tasso di sovraffollamento al 132%. Questo sovraffollamento non è solo una violazione dei diritti umani, come più volte sottolineato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ma rappresenta anche un ostacolo concreto a qualsiasi tentativo di implementare programmi rieducativi efficaci. In celle sovraffollate, dove lo spazio vitale è ridotto al minimo, diventa difficile offrire percorsi individualizzati di recupero e crescita personale.
Il ciclo della recidiva: un problema da spezzare
Il dato più allarmante del sistema penitenziario italiano è il tasso di recidiva: circa il 68% dei detenuti torna a delinquere dopo la scarcerazione. Questo dato, significativamente superiore alla media europea (15-20%), evidenzia il fallimento del sistema carcerario come strumento di prevenzione della criminalità. La recidiva non è solo un problema di sicurezza pubblica, ma anche un costo sociale ed economico enorme. Ogni detenuto che torna in carcere rappresenta un fallimento del sistema e un nuovo onere per la collettività, in termini di costi di detenzione, processi giudiziari e, soprattutto, nuove vittime di reati.
Le misure alternative: quando la rieducazione funziona
I dati dimostrano che esistono alternative efficaci alla detenzione tradizionale. Le misure alternative alla detenzione, come l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare e la semilibertà, hanno mostrato risultati incoraggianti. Tra il 2018 e il 2022, su 153.723 casi di misure alternative, solo l’1,2% è stato revocato per la commissione di nuovi reati. Ancora più significativo è il confronto dei tassi di recidiva: chi ha scontato la pena in misura alternativa ha un tasso di recidiva del 17%, contro il 69% di chi ha scontato l’intera pena in carcere. Va detto che, sebbene le misure alternative siano in genere concesse per chi compie reati minori con pene fino a 4-5 anni, queste possono essere concesse anche per reati con pene più gravi, purché non rientrino tra quelli ostativi e si rispettino i limiti di pena e i requisiti soggettivi previsti dalla legge. Per cui possiamo dire, sempre con la dovuta cautela, che le misure alternative funzionano meglio della detenzione tradizionale nel prevenire la reiterazione dei reati.
Lavoro e formazione: le chiavi per un reinserimento efficace
Il lavoro e la formazione professionale rappresentano strumenti fondamentali per il reinserimento sociale dei detenuti. I dati parlano chiaro: i detenuti che partecipano a programmi lavorativi o formativi hanno un tasso di recidiva tra l’1% e il 5%, rispetto al 70% di coloro che non vi partecipano. De Maria faceva parte di questa minima percentuale di recidivanti. E perché questa minima percentuale viene raccontata, straziata, esaltata, mentre la parte restante, la stragrande maggioranza che ci dice che queste misure funzionano, rimane silente e dimenticata?
Semmai andrebbe sottolineato come, nonostante l’evidenza dell’efficacia di questi programmi, solo il 32,6% dei detenuti italiani ha accesso a opportunità di lavoro o formazione durante la detenzione. Questo dato evidenzia una delle principali criticità del sistema: la mancanza di investimenti in programmi che funzionano. Questo bisognerebbe sbandierare ai quattro venti, non il caso isolato del detenuto recidivo come se fosse la regola, anziché una tragica eccezione.
L’approccio olistico alla riabilitazione
Non solo lavoro. Per riabilitare davvero una persona, occorre adottare il cosiddetto approccio olistico, combinando diversi interventi:
- Programmi di terapia cognitivo-comportamentale: possono ridurre la recidiva fino al 25-30%.
- Formazione professionale e istruzione: riducono la probabilità di ritorno in prigione del 43%.
- Programmi basati su yoga, mindfulness e meditazione: hanno mostrato riduzioni della recidiva fino al 20% rispetto a gruppi di controllo.
- Supporto psicologico e programmi sociali: fondamentali per affrontare problemi emotivi e psicologici alla base di molti comportamenti criminali.
- Attività ludico-sportive: aiutano a sviluppare valori come il rispetto delle regole, la collaborazione e la convivenza civile.
Ma l’aspetto fondamentale è la continuità: l’efficacia di questi programmi aumenta significativamente quando viene garantita la continuità del supporto anche dopo il rilascio, con servizi di accompagnamento nel reinserimento sociale e lavorativo.
Il detenuto modello
Prima di proseguire facciamo una precisazione: il detenuto modello non è l’emblema della moralità e della santità in carcere, ma una definizione che aiuta i magistrati di sorveglianza e gli altri operatori carcerari a distinguere tra chi ha fatto un percorso in modo corretto e chi no. Il “detenuto modello” è un concetto che indica un detenuto che accetta o finge di accettare senza riserve la condanna inflittagli e si conforma scrupolosamente alla disciplina carceraria. Questo tipo di detenuto collabora con l’equipe penitenziaria, partecipa attivamente alle attività istituzionali e si comporta da esempio nei confronti degli altri detenuti. Tale comportamento è descritto come un adattamento ideologico alla realtà carceraria, in cui il soggetto si mostra rassegnato e conforme alle regole, evitando conflitti con l’istituzione penitenziaria. Come vedete, non c’è nulla di romantico o eroicistico in questa spiegazione. Il comportamento del detenuto modello è importante perché può influire sull’accesso a benefici penitenziari come permessi premio, lavoro interno, misure alternative alla detenzione e altre agevolazioni previste dall’ordinamento. La normativa penitenziaria tende a premiare i detenuti che dimostrano collaborazione e buona condotta, mentre chi è sottoposto a regimi più severi, di solito è escluso da tali benefici. Ecco cosa vuol dire detenuto modello. Niente di più e niente di meno.
Il modello Bollate: quando la riabilitazione funziona in Italia
E ora parliamo del carcere di Bollate, alle porte di Milano, dove stava De Maria. E’ il carcere più all’avanguardia in Italia per l’approccio riabilitativo. Qui, la formazione professionale e il lavoro sono elementi centrali del percorso detentivo. I detenuti hanno l’opportunità di acquisire competenze spendibili sul mercato del lavoro e di sperimentare la responsabilità e l’autonomia. De Maria era un detenuto di questo carcere. Con lui le cose sono andate male. Capita. E ci saranno accertamenti per capire cosa sia andato storto. Ma con gli altri? Con gli altri il sistema funziona, ma non fa notizia. Solo il sangue fa notizia. Il bene, evidentemente, annoia.
Ma torniamo ai dati di Bollate: il tasso di recidiva dei detenuti del carcere di Bollate è significativamente più basso rispetto alla media nazionale. Mentre in Italia la recidiva media nei tre anni successivi alla scarcerazione si aggira intorno al 40-60%, a Bollate si registra una riduzione di circa 6-18 punti percentuali rispetto ad altre carceri ordinarie della Lombardia, portando la recidiva a circa il 30-40% o anche inferiore per chi ha scontato una parte maggiore della pena in questo istituto.
Oltre il pregiudizio: una questione di sicurezza collettiva
L’idea di “buttare via la chiave” e dimenticare i detenuti dietro le sbarre può sembrare, a prima vista, una risposta dura, ma efficace alla criminalità. Come abbiamo visto i dati, tuttavia, raccontano una storia diversa: questo approccio non solo viola i principi costituzionali, ma si rivela anche inefficace nel prevenire nuovi reati. Investire nella rieducazione dei detenuti non è un atto di buonismo, ma una strategia pragmatica per migliorare la sicurezza collettiva. Ogni detenuto che riesce a reinserirsi nella società come cittadino rispettoso delle leggi rappresenta un successo per l’intero sistema.
Verso un nuovo paradigma penitenziario
I dati e le esperienze presentati in questo articolo dimostrano chiaramente che rieducare è più efficace che punire. Non si tratta solo di rispettare il dettato costituzionale, ma di adottare un approccio che funziona meglio nel prevenire la criminalità e proteggere la società. La sfida per il sistema penitenziario italiano è quella di superare l’emergenza del sovraffollamento e investire in programmi riabilitativi efficaci. Questo richiede non solo risorse economiche, ma anche un cambiamento culturale che superi la visione del carcere come mero luogo di punizione. Rieducare i detenuti non è solo possibile, ma necessario: lo impone la Costituzione, lo dimostrano i dati sulla recidiva, lo richiede una società che voglia essere davvero più sicura e giusta per tutti.
