Povertà Non solo una. Non più separata. Non è un concetto. Non è una categoria sociologica. È un elenco di cose che mancano. In Italia, oggi, 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta. Ma la cifra vera non è nei numeri. È nel tempo che si spezza. Nella scelta quotidiana tra il pane e una visita. Tra una bolletta e l’ecografia che non si fa. Povertà assoluta e povertà sanitaria non sono due voci distinte. Sono lo stesso corpo che cede. Lo stesso frigorifero che resta vuoto anche quando è acceso. È un bancomat che si blocca. È il pensiero che si ferma davanti a una ricetta medica: “Non possiamo permettercelo”. È un figlio con la febbre. Una madre con il cortisone dimezzato. Un uomo che aspetta troppo. Una donna che non si fa più vedere. Nel 2023, il 7,6% degli italiani ha rinunciato a curarsi per motivi economici (Secondo Welfare). Quasi uno su dieci. E al Sud la percentuale esplode: il 28,7% delle famiglie ha tagliato su visite, farmaci, prevenzione (Fondazione GIMBE). Il diritto alla salute si sbriciola. Come un detersivo annacquato per durare più giorni. O come la fiducia. Non quella nello Stato. Ma in sé stessi.
Carla e Angelo vivono a Ponticelli. Due figli, una madre anziana, un lavoro che non basta. «Una visita costa troppo. Le medicine per mia madre anche. E allora rinunciamo noi», dice Carla, senza rabbia, ma con il pudore di chi sa che la propria dignità va difesa da ogni sguardo.
A Cinisello, invece, Marta e Luca lavorano entrambi. Ma anche al Nord la salute non è più garantita: le liste d’attesa sono troppo lunghe, e il privato è fuori portata. Il problema non è solo dove sei. È quanto puoi. Quanto puoi sopportare.
Anche Giorgia, quarantadue anni, part-time in un centro estetico, ha iniziato a saltare i controlli per la tiroide. Li sposta, li dimentica, li rimuove. «Se non sto male, posso aspettare», dice. Ma ha paura. Ha due figli e sa che quando si aspetta troppo, a volte è troppo tardi.
Matteo ha nove anni. Una carie lo ha fatto piangere per giorni. Il dentista non era possibile, troppo caro, e l’appuntamento pubblico è arrivato dopo mesi. Quando lo ha aperto, il dente era ormai perso. Ora ride con la mano davanti alla bocca. Ride comunque, perché è bambino. Ma sa già che ridere può far male.
Teresa ha ottantuno anni. Vive sola. Le serve un deambulatore nuovo, ma ha preferito cambiare la guarnizione della caldaia. «Con l’acqua fredda non si vive», ha detto al medico. Anche se ormai si muove poco, e cade spesso. La scelta non era tra vivere meglio e vivere peggio. Era tra vivere e basta.
Intanto, 436.000 italiani sono già dentro la povertà sanitaria conclamata (Banco Farmaceutico, 2024). E mentre si tagliano fondi, si tagliano anche vite. Dal 2010 al 2019, il Sistema Sanitario Nazionale ha perso 37 miliardi di euro (ISTAT). E se dieci anni fa la povertà assoluta toccava il 6,2% della popolazione, oggi ha superato l’8,5% (Collettiva).
Più poveri. Più soli. Più malati. Ma nessuno lo scrive nei report: ciò che si consuma per primo è la fiducia. Quella di potersi curare.
Di potersi permettere una paura, un sospetto, una radiografia. Senza correre il rischio di fissare l’ultima visita quando oramai il paziente è trapassato.
