La Società Italiana di Cure Palliative festeggia il suo anniversario con un bilancio onesto: la legge c’è, le reti e gli hospice sono parte del sistema, ma restano le disuguaglianze territoriali e un divario tra diritto formale e accesso reale.
Il 5 giugno del 1986, a Milano, un gruppo di medici e professionisti della salute fondò la Società Italiana di Cure Palliative (SICP). L’idea era semplice ma, per quei tempi, quasi rivoluzionaria: la medicina non deve occuparsi solo di guarire, ma deve soprattutto prendersi cura di chi non può più guarire.
Dopo 40 anni, la SICP è diventata un punto di riferimento riconosciuto che ha contribuito a scrivere leggi, a costruire reti di assistenza, a formare migliaia di professionisti. Il quadro che emerge alla vigilia dell’anniversario è di un Paese che ha fatto molto e che può fare ancora di più.
Chi erano e chi sono oggi
Le cure palliative non sono, come molti ancora pensano, solo per chi è agli ultimi giorni di vita. Sono un approccio che accompagna le persone con malattie gravi e croniche, cercando di alleviare il dolore fisico ma anche quello psicologico, sociale, a volte spirituale. Intorno alla persona malata, in questo modello, c’è tutta una rete fatta di medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali e volontari.
A tracciare questa visione fu, tra gli altri, Vittorio Ventafridda, pioniere internazionale nello studio del dolore oncologico. Il suo messaggio era diretto: “Quello che conta non è quanto a lungo vivi, ma come vivi e la relazione tra chi cura e chi viene curato è parte della terapia stessa”.
La legge c’è, il problema è applicarla
Nel 2010 l’Italia ha approvato la Legge 38 che riconosce il diritto di ogni cittadino ad accedere alle cure palliative e alla terapia del dolore, una conquista importante, voluta e sostenuta dalla SICP dopo anni di lavoro. Da allora sono nati molti hospice, le reti regionali si sono strutturate e il tema ha guadagnato spazio nei programmi sanitari.
Qualcosa però non torna.
In Italia muoiono ogni anno circa 550.000 persone e di queste fino a 350.000 avrebbero bisogno di cure palliative. Se si aggiungono i familiari che le assistono, si parla di oltre un milione di persone coinvolte. Solo una parte riesce ad accedere a servizi strutturati e l’accesso dipende spesso da dove si abita, perché le differenze tra regioni, ma anche tra province della stessa regione, sono ancora molto marcate.

Gianpaolo Fortini, presidente SICP, ha riflettuto a lungo sul significato di quest’anniversario e non usa giri di parole: “Parlare oggi di cure palliative significa prendere posizione su cosa intendiamo per medicina e su che tipo di società vogliamo essere”.
Per Fortini, il modo in cui un Paese tratta le persone nella fase finale della vita dice molto di quella nazione, non solo del suo sistema sanitario, ma della sua cultura, dei suoi valori. Le cure palliative funzionano, sottolinea, solo quando diventano sistema, quando sono capillari, accessibili, integrate tra ospedale e territorio, non un’eccellenza isolata in alcune città.
“Le cure palliative sono il punto in cui una società decide se la dignità è un principio astratto o un diritto concreto”
Una frase che suona come una domanda aperta, rivolta a tutti.
Cosa è cambiato e cosa deve ancora cambiare
Negli ultimi anni, le cure palliative sono andate oltre il tumore. Riguardano sempre di più le malattie croniche e degenerative, come il Parkinson, la SLA o lo scompenso cardiaco avanzato e sono attivate prima, non solo nelle ultime settimane di vita. Un cambiamento necessario, che riflette anche l’invecchiamento della popolazione e la crescita delle malattie di lunga durata.
Il prossimo appuntamento importante sarà il congresso nazionale della SICP, in programma a Riccione dal 19 al 21 novembre 2026. Sarà anche l’occasione per fare il punto sull’accreditamento delle reti locali di assistenza, un processo avviato con obiettivi precisi per i prossimi anni.
Quarant’anni fa, un gruppo di medici decise che valeva la pena occuparsi di chi non poteva guarire. Oggi quella scelta è diventata una specialità medica riconosciuta, una rete di professionisti e una legge dello Stato. Il lavoro per renderla davvero universale, però, non è ancora finito.
Perché il lavoro di ogni medico non è solo guarire, ma prendersi cura.
