Una riflessione sul rientro autunnale tra ansia da prestazione, pressione sociale e la necessità di trasformare i luoghi della formazione in comunità di ascolto.
La ripartenza e il peso delle aspettative
Il mese di settembre porta con sé l’idea condivisa della ripartenza: le aule che si riempiono, le cattedre che riprendono vita e le agende che diventano rapidamente spazi pieni di impegni.
Per il mondo giovanile, tuttavia, questo periodo non rappresenta soltanto il ritrovare vecchi ritmi, ma coincide con la riapertura di una vetrina sociale costante. Il rientro a scuola o all’università riattiva il confronto continuo con i pari, l’ansia del giudizio e l’aspettativa di dover performare al meglio fin dai primi giorni. La routine accademica e scolastica viene spesso percepita come un banco di prova ininterrotto, dove il valore della persona rischia di appiattirsi sul risultato ottenuto. È proprio in questo spazio di transizione e di riapertura che la salute mentale degli adolescenti e dei giovani adulti mostra le sue fragilità più complesse, facendo emergere dubbi, senso di inadeguatezza e timore del futuro.
I numeri di un’emergenza silenziosa
I dati epidemiologici e sociologici descrivono un quadro esplicito che non può più essere derubricato a fenomeno marginale. Secondo il report OCSE Promoting good mental health in children and young adults. Best practices in public health (2025), oltre 700.000 giovani italiani convivono quotidianamente con problemi di salute mentale, con ansia e depressione posizionati tra i quadri clinici più diffusi e impattanti.
Andando ad intercettare altri disturbi, secondo le stime del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), tra cui anoressia e bulimia, interessano oltre 3 milioni di persone (a fronte dei circa 300.000 casi censiti nel 2000), con un’incidenza che si è concentrata prevalentemente nella fascia d’età tra i 12 e i 25 anni. Negli ultimi anni si è registrato un progressivo e preoccupante abbassamento dell’età di esordio, con diagnosi sempre più frequenti già a partire dai 10-12 anni, e un incremento di oltre il 30% dei casi diagnosticati rispetto al periodo pre-pandemico.
A livello globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) colloca i disturbi mentali tra le prime cause di disabilità e sofferenza nei giovani, evidenziando come circa un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni conviva con un disturbo diagnosticato.
Il corpo come tentativo di controllo
Guardare a tutto questo come a una problematica esclusivamente personale, estetica o strettamente legata ad esempio al cibo significa analizzarne soltanto la manifestazione esterna. Il rapporto non sano con sé stessi o con l’alimentazione rappresenta l’esito visibile di un disagio emotivo profondo, articolato e spesso inespresso.
Del resto qualche domanda dobbiamo pur porcela: in una società orientata alla performance continua, dove l’efficienza, l’iper-produttività e la perfezione visibile sono considerate prerequisiti di cittadinanza, diventa quasi inevitabile che per i più giovani il controllo rigido del corpo, delle emozioni o del cibo diventi l’ultimo perimetro d’azione rimasto.
Quando il contesto esterno (fatto di scadenze, valutazioni, aspettative familiari e confronto social) appare caotico, esigente o del tutto inaccessibile, mancando spesso anche un valido supporto per capire cosa sta accadendo, nel corpo e nella mente si trova un vero e proprio linguaggio sostitutivo: l’espressione attraverso la materia di ciò che le parole non riescono più a verbalizzare. La restrizione, l’abbuffata o l’ansia somatizzata diventano grida di aiuto a cui spesso non viene data risposta.
Il ruolo del linguaggio e delle comunità
Ancora troppo spesso c’è la tendenza a banalizzare questi vissuti, riducendoli a “fasi di passaggio della crescita”, “capricci” o “questioni di vanità”. Ma ad essere sinceri, ce lo possiamo permettere? Possiamo far crescere i nostri figli o nipoti in questo contesto? Analizziamo con cura ciò che ci ha portato fino a qui?
Ad oggi probabilmente la risposta è ancora no: rimaniamo intrappolati in schemi che contribuiscono ad alimentare l’isolamento e la vergogna di chi soffre. La verità è che dovremmo partire da una cosa semplice: il superamento dello stigma, che richiede un intervento culturale coordinato.
Le istituzioni scolastiche, i contesti universitari e le reti territoriali del terzo settore sono chiamati a strutturarsi non soltanto come luoghi di valutazione delle competenze accademico-formative, ma come reali ambienti di ascolto e prevenzione. Abbiamo bisogno di sportelli d’ascolto aperti tutto l’anno scolastico, finanziati adeguatamente e non attraverso la logica dei bonus a termine dove chi prima arriva meglio alloggia. Abbiamo bisogno di personale qualificato che sappia intercettare fin da subito i bisogni e le esigenze dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze.
Questo significa promuovere uno spazio pubblico e relazionale in cui la vulnerabilità non venga interpretata come un fallimento individuale, ma riconosciuta, legittimata e accolta all’interno della comunità.
Solo sostituendo la cultura della prestazione con la cultura della cura reciproca sarà possibile restituire ai giovani il diritto di vivere la scuola, l’università e la società senza la paura costante di non essere mai abbastanza.
Buon rientro a tutti e tutte: un rientro sano e in linea con voi stessi.
