Il primo Rapporto FNOPI–Sant’Anna fotografa luci e ombre di una professione centrale ma ancora poco valorizzata
Chi si prende cura degli altri spesso resta ai margini del dibattito pubblico. Eppure, nel pieno di una transizione sanitaria che richiede prossimità, continuità assistenziale e competenze avanzate, il ruolo delle professioni infermieristiche diventa strategico. Lo conferma il primo Rapporto sulle Professioni Infermieristiche promosso dalla FNOPI (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche) e realizzato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che per la prima volta mette insieme dati strutturati e analisi scientifiche su chi sono, come lavorano, dove operano e come vivono la propria professione gli oltre 458.000 infermieri italiani. Il rapporto è stato presentato il 12 maggio a Roma, in occasione della Giornata internazionale degli infermieri.
Il confronto è con il quadro europeo e con la situazione delle singole Regioni, perché, come ha sottolineato la presidente Barbara Mangiacavalli:
“La complessità della questione infermieristica richiede l’istituzione di una cabina di regia con poteri straordinari in grado di coinvolgere più strutture di vertice e toccare diversi ambiti di intervento per prendere definitivamente un problema che non appartiene a una categoria professionale, ma all’Italia intera”.
Infermieri, un esercito sotto organico
In Europa, l’Italia è tra i Paesi con meno infermieri per abitante: appena 6,5 ogni 1.000 persone, contro i 14 della Finlandia e i 12 della Germania. I numeri peggiorano guardando solo al personale in servizio nel SSN. A livello regionale, Sicilia e Lombardia sono in difficoltà sia per numero assoluto di iscritti all’albo sia per la quota effettiva di chi lavora nel pubblico. Dove mancano infermieri, si riduce anche la qualità dell’assistenza e aumenta il carico di lavoro, alimentando malessere, turni pesanti e maggiore incidenza di burnout.
Nord più ricco, Sud più fragile: stipendi e carriere a confronto
Le diseguaglianze territoriali emergono con chiarezza anche sulle retribuzioni: in testa Trentino-Alto Adige ed Emilia-Romagna, in coda Campania e Molise. Una disparità che si riflette anche nelle opportunità di carriera. In media, si contano 1,66 dirigenti ogni 1.000 infermieri, ma sono sempre le Regioni settentrionali a offrire più accessi ai ruoli apicali. Il cosiddetto “soffitto di cristallo” resiste: benché la professione sia a netta maggioranza femminile, le posizioni di vertice restano in gran parte occupate da uomini, soprattutto in Abruzzo e Sicilia.
Chi resta e chi vorrebbe andarsene
Dalla revisione della letteratura emergono segnali contrastanti: da un lato, una quota crescente di infermieri, soprattutto nei servizi domiciliari, si dichiara soddisfatta, grazie a un maggior coinvolgimento nei processi di cura; dall’altro, fino al 45% valuta l’idea di cambiare lavoro o lasciare la professione. L’inclusività e l’innovazione sono elementi chiave per aumentare il benessere e rafforzare il senso di appartenenza. La partecipazione ai processi decisionali non è solo una questione di democrazia interna, ma anche di motivazione professionale.
Il punto di vista dei pazienti: empatia e professionalità premiate
Se chi lavora è in affanno, chi riceve le cure promuove a pieni voti gli infermieri. Le indagini dell’Osservatorio PREMs mostrano valori molto alti di soddisfazione: 95 su 100 per il supporto emotivo, 94 per il rispetto e la dignità, 91 per la chiarezza delle informazioni. Le testimonianze raccolte parlano di infermieri “umani, empatici, sempre sorridenti”, anche nelle situazioni più complesse. È una reputazione che vale oro, ma che rischia di essere minata da una cronica mancanza di investimenti.
Infermiere di Famiglia e Comunità: il nodo delle definizioni
Uno degli snodi chiave del Rapporto riguarda il recepimento del DM 77/2022 sul rafforzamento dell’assistenza territoriale. Solo quattro Regioni – Lazio, Lombardia, Sardegna e Toscana – adottano formalmente la definizione integrata di “Infermiere di Famiglia e Comunità” (IFeC).
Le altre usano la formula “Infermiere di Famiglia o Comunità” (IFoC), che potrebbe indicare maggiore flessibilità ma anche meno chiarezza. L’analisi testuale mostra come le normative regionali associno alla figura infermieristica principalmente “assistenza e cura” (47%), molto meno il “lavoro in team”, segno di un approccio ancora poco interdisciplinare.
Il punto di vista delle associazioni dei pazienti
Il confronto con i rappresentanti della Consulta delle Associazioni dei Pazienti e dei Cittadini, riunitasi a Roma nel giugno 2024, ha restituito un quadro frammentato. La riforma non è percepita come uniforme, e si chiede un maggiore coinvolgimento dei cittadini. Tra le richieste più forti, quella di istituire la figura dell’infermiere scolastico su scala nazionale. Secondo il Rapporto, gli stessi infermieri – se valorizzati e supportati da una buona comunicazione – potrebbero diventare ambasciatori del cambiamento.
Formazione, ricerca e nuove generazioni
Nell’ultimo decennio si osserva una trasformazione silenziosa, ma significativa: gli studenti di Infermieristica sono sempre più giovani (età media alla laurea 25,2 anni) e sempre più liceali (68,2% degli iscritti nel 2023). La laurea magistrale guadagna terreno: nel 2023, il 92,3% dei laureati magistrali ha trovato impiego in ambiti coerenti con il percorso di studi. Tuttavia, le posizioni accademiche restano poche e disomogenee sul territorio. Solo 83 docenti strutturati nel 2024, e pochissimi dottorati di ricerca. Il Rapporto propone anche una nuova cornice valutativa per misurare il contributo infermieristico nei sistemi di performance. Cinque le dimensioni individuate: valore tecnico, allocativo, per il paziente, per il dipendente e per la società. Il messaggio è chiaro: il lavoro degli infermieri produce valore, anche se spesso non è formalmente riconosciuto nei sistemi di rendicontazione.
