L’ennesima occasione mancata di parlare seriamente di inclusione
Sanremo dovrebbe fare solo Sanremo. Occuparsi di musica.
Non di temi sociali, un ambito in cui fallisce molto spesso.
Ed è un peccato, perché da quel palco così penetrante nelle case degli italiani, si potrebbe fare davvero la differenza.
Quando si esce dall’alveo musicale e si tenta di sconfinare nei temi sociali per mamma audience e non perché ci si crede davvero, i danni sono almeno due: di immagine per lo stesso Festival che, come negli anni precedenti in cui ha provato a parlare di disabilità, ci fa una magra figura, e di immagine per chi all’inclusione ci lavora davvero, da anni. E soprattutto sa cosa vuol dire, inclusione.
Sentire cantare il coro ANFASS ieri sera mi ha emozionato, lo devo ammettere. Sapevo che si sarebbero esibiti, ed è stato l’unico appuntamento che non avrei voluto mancare di queste giornate sanremesi facilmente dimenticabili (per me).
Ero con i miei figli, volevo lo vedessero anche loro.
Hanno ascoltato, dapprima in silenzio, poi chiedendomi chi fossero, perché alcuni avessero determinate caratteristiche fisiche, e ho provato a rispondere decretando quelle caratteristiche solo per quello che sono (tratti fisici) e sottolineando invece quanto stessero cantando bene.
Poi Alessandro, il più piccolo, mi chiede: “Perché nella maglietta c’è scritto sono come te?”.
Non avevo fatto caso alla maglietta, lo confesso.
Mi stavo gustando la canzone.
Mi sono cadute le braccia, la mascella, le gambe.
Tutto il lavoro di comunicazione fatto dal mondo della disabilità distrutto in una frase, di cui un bambino di 7 anni si chiede – giustamente – il motivo.
Gli ho chiesto secondo lui cosa volesse dire. Mi ha risposto con la naturalezza schiaffeggiante dei bambini: “Non so, che siamo tutti uguali? Ma a me non sembra”.
Appunto. Non siamo tutti uguali.
Nessuno è uguale a me.
Nessuno è uguale a te.
E questa è la cosa meravigliosa che ci accomuna, paradossalmente: siamo tutti diversi, nella nostra unicità.
Il messaggio che avrebbe dovuto passare non è: “Io sono come te”. Il messaggio, semmai, avrebbe dovuto essere: “Io vorrei avere le stesse opportunità di realizzazione personale che hai tu. Vorrei essere visto come persona, non come patologia. E ho tutto il diritto di pretenderlo, senza doverlo sottolineare con una maglietta”.
Ma nella maglietta non ci stava.
Quindi meglio semplificare, banalizzare, giusto il tempo di far scendere una lacrimuccia, aumentare gli ascolti, mettere tanti cuoricini, sfornare pietismo e sorrisi, anche tra il pubblico che batteva le mani come se stesse assistendo allo spettacolo di fine anno di un asilo.
Infantilizzazione, abilismo, banalizzazione. C’era tutto ieri sera.
Con la Pausini che si è messa in mezzo, senza indossare la maglietta, figuriamoci, per cantare giusto qualche secondo in mezzo a loro.
E un Carlo Conti che non vedeva l’ora di passare al prossimo cantante.
Sanremo potrebbe occuparsi di temi sociali, se sapesse farlo.
Ma visti i risultati, meglio fare solo musica.
