I tumori stromali gastrointestinali, noti come GIST, rappresentano una rara ma importante sfida in ambito oncologico. Sebbene costituiscano solo una piccola percentuale dei tumori gastrointestinali, i GIST si distinguono per la loro origine diversa dai più comuni carcinomi epiteliali.
In questa intervista approfondita, il professor Paolo Casali, Direttore della S.C. a direzione universitaria Oncologia Medica 2 (“Tumori mesenchimali dell’adulto e Tumori rari”) della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori, di cui è anche Responsabile della Segreteria tecnico-scientifica del Comitato Etico, ci guida attraverso le caratteristiche cliniche, l’epidemiologia e le opzioni terapeutiche per questa patologia rara ma sempre più trattabile grazie agli avanzamenti nella comprensione dei meccanismi molecolari sottostanti. E grazie al costante lavoro di sensibilizzazione da parte della comunità dei pazienti che in Italia è rappresentata dalla Fondazione GIST e che giusto lo scorso ottobre ha organizzato presso l’Istituto Tumori di Milano un evento dedicato a questa patologia e al suo trattamento.
Professor Casali, cosa sono i GIST e come si manifestano?
I GIST sono tumori stromali gastrointestinali, che originano preferibilmente dallo stomaco e dall’intestino tenue, più raramente dal retto. Sono tumori del tratto gastroenterico, ma completamente diversi dai tipici carcinomi gastrointestinali che originano dall’epitelio di rivestimento. I GIST appartengono alla famiglia dei sarcomi, tumori di origine mesenchimale. L’incidenza in Italia è di circa 1,5 nuovi casi ogni 100.000 persone ogni anno, quindi possiamo immaginare un migliaio di nuovi casi l’anno. Sono tumori rari, con una base genetica solo in un sottogruppo molto limitato di casi di origine familiare. Nella maggioranza dei GIST non c’è una predisposizione ereditaria, ma acquisiscono mutazioni geniche somatiche, in particolare delle mutazioni attivanti dell’oncogene KIT o PDGFR-α. Queste mutazioni portano all’autoattivazione di questi recettori tirosin-chinasici e alla proliferazione incontrollata delle cellule tumorali. I sintomi possono variare. Alcuni GIST si manifestano con sanguinamenti gastrointestinali o perforazioni viscerali, casi in cui vengono diagnosticati in urgenza. Altre volte il paziente sviluppa masse addominali palpabili che possono causare sintomi compressivi come ostruzioni intestinali o interessamento delle vie urinarie.
E per quanto riguarda il trattamento? Come sono cambiate le opzioni terapeutiche?
La chirurgia rimane il trattamento principale per i GIST localizzati e circa la metà dei pazienti operati guarisce (ma in diversi sottogruppi la probabilità di guarire è molto più alta). Nei casi ad alto rischio di recidiva si può usare imatinib, un inibitore tirosin-chinasico a bersaglio molecolare, come terapia adiuvante per tre anni. Per i GIST avanzati o metastatici, l’avvento dell’imatinib all’inizio degli anni 2000 ha rivoluzionato la prognosi. Essendo in grado di inibire il recettore KIT o PDGFR-α alterato, imatinib ha dimostrato un’efficacia straordinaria contro questi tumori resistenti alla chemioterapia, con risposte durature in una percentuale significativa di pazienti. Purtroppo però, l’insorgenza di resistenze rappresenta un problema. Abbiamo quindi a disposizione altre tre terapie a bersaglio molecolare come sunitinib, regorafenib e ripretinib che possono essere utilizzate nelle linee successive in caso di resistenza acquisita all’imatinib. Più di recente è stato approvato anche l’avapritinib per una mutazione di PDGFR-A che tradizionalmente non risponde ad altre terapie. Quindi nel complesso, per i GIST metastatici la sopravvivenza mediana è passata da pochi mesi a diversi anni grazie all’avvento di queste terapie mirate.
E per la diagnosi, i GIST vengono intercettati in tempo o spesso c’è un ritardo?
Purtroppo c’è spesso un ritardo diagnostico non trascurabile. L’addome può accogliere anche masse di dimensioni considerevoli senza dare particolari sintomi inizialmente. A differenza dei carcinomi gastrointestinali che insorgono dalla mucosa, i GIST originano dalla parete viscerale e tendono a crescere inizialmente verso l’addome. Non avendo test di screening efficaci per questi tumori rari, la diagnosi avviene spesso in ritardo, quando la massa diventa palpabile o dà sintomi compressivi. In alcuni casi la diagnosi può arrivare dopo un sanguinamento o una perforazione viscerale. I GIST rappresentano un importante esempio di come la ricerca traslazionale e l’avvento delle terapie a bersaglio molecolare abbiano trasformato la gestione di una neoplasia un tempo orfana di opzioni terapeutiche efficaci. Grazie a una migliore comprensione dei meccanismi genetici e molecolari alla base di questi tumori rari, oggi i pazienti con GIST possono contare su un’ampia gamma di trattamenti mirati in grado di controllare la malattia a lungo termine. La sfida è l’insorgenza di resistenze secondarie, ma vi è un costante miglioramento delle strategie di cura personalizzate. La collaborazione multidisciplinare e l’implementazione di reti specialistiche per i tumori rari rimangono elementi chiave per garantire a tutti i pazienti un tempestivo inquadramento diagnostico e l’accesso alle migliori opzioni terapeutiche disponibili.
In definitiva, la storia dei GIST rappresenta un incoraggiante caso di successo nella lotta contro il cancro, dimostrando come l’innovazione biologica possa tradursi in vantaggio clinico, cioè in speranza e prospettive di vita migliori per i pazienti.
Articolo realizzato con il supporto non condizionante di BAYER.

