Antonio Mumolo: “Una legge di buon senso per dare il medico di base ai senza dimora”.

Antonio Mumolo è un avvocato, politico e attivista impegnato nella tutela dei diritti delle persone più vulnerabili. Fondatore dell’associazione Avvocato di Strada, ha dedicato la sua vita a garantire assistenza legale gratuita ai senza fissa dimora, divenendo un punto di riferimento nell’attivismo sociale italiano. Di recente, il suo impegno ha contribuito all’approvazione di una legge storica che garantisce l’accesso al medico di base per le persone senza dimora. Questo traguardo arriva dopo oltre 15 anni di battaglie e rappresenta un passo fondamentale verso una società più inclusiva, in cui il diritto alla salute è realmente universale. Durante l’intervista, esploreremo le sfide affrontate per l’approvazione della legge promossa dal deputato Marco Furfaro, il suo impatto immediato e futuro, e il ruolo cruciale delle associazioni nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle istituzioni. Secondo i dati ISTAT, le persone senza dimora in Italia sono circa 96.000, con concentrazione maggiore nelle grandi città metropolitane. Ma come funziona in concreto questa legge? Ne abbiamo parlato con l’avvocato Mumolo.
Come funziona l’assegnazione del medico di base per i senzatetto?
“I senza dimora si recano presso i servizi sociali, che li assistono nella richiesta del medico. Il medico viene scelto nella zona in cui la persona si trova abitualmente, come un dormitorio. Successivamente, il paziente potrà accedere allo studio medico come chiunque altro”.
Possono condividere la sala d’attesa con altri pazienti, date le loro condizioni igieniche?
“La maggior parte dei senzatetto mantiene una buona igiene personale e un abbigliamento decoroso. Chi non lo fa, solitamente, ha problematiche psichiche. In ogni caso, possono frequentare le sale d’attesa come gli altri”.
Quali sono stati gli ostacoli principali che hanno ritardato l’approvazione di questa legge per oltre 15 anni?
“La legge per far avere il medico di base anche alle persone senza dimora è una legge di buon senso per vari motivi e riguarda una categoria non piccola di persone. Peccato però che appartengano a questa categoria le persone ‘invisibili’ per eccellenza. Le persone che vivono in strada non hanno voce. Non hanno un sindacato, non possono organizzare manifestazioni o campagne di pressione. Sono gli ultimi tra gli ultimi. Dalla loro parte si sono schierate solo associazioni come la nostra, con pochi mezzi e fondi, ed è per questo che è stato difficile far capire quanto fosse importante questa legge e quali benefici avrebbe portato.
Bisogna poi considerare che il tema su cui interviene la legge è circondato da luoghi comuni fuorvianti. Secondo il pensiero dominante, i senza tetto sono persone che vogliono vivere in strada, che non hanno voglia di lavorare, che sono povere perché hanno scelto di esserlo.
Se non vogliono far parte della società, perché la società dovrebbe occuparsi di loro? Noi sappiamo che le cose non stanno affatto così: chi vive in strada non lo sceglie, ci si finisce per un lutto, per un licenziamento, per una malattia o altri drammi che possono capitare a chiunque. E una volta in strada, risalire è molto difficile, specialmente se la società si dimentica di te”.
Come verrà concretamente gestita l’assegnazione dei fondi alle città metropolitane e quali sono le tempistiche previste?
“La legge, approvata ad inizio novembre, prevede una sperimentazione iniziale che riguarderà le città metropolitane e poi ci auguriamo che verrà estesa a tutta Italia. Per sapere di preciso cosa succederà, tuttavia, dobbiamo aspettare i decreti attuativi della legge, che dovranno essere pubblicati entro 90 giorni dall’approvazione della normativa stessa. I decreti prevederanno anche la modalità di distribuzione dei fondi statali alle città metropolitane. In realtà, la spesa sarà minima e pari al costo del medico di base, che è di 80 euro circa all’anno per ogni persona. La legge comporterà invece un grande risparmio per le casse dello Stato, perché queste persone non si recheranno più al pronto soccorso (che costa tantissimo per ogni accesso) e perché prevenire costa sicuramente molto meno che curare”.

Quali benefici immediati questa legge porterà ai senza fissa dimora e quali sono gli obiettivi a lungo termine?
“Ad oggi, le persone che vivono in strada e che non hanno la residenza non possono avere il medico di base e non possono curarsi se non per cure di pronto soccorso. Vengono curate solo se sono in grave pericolo di vita, ma non ricevono aiuto per patologie come epatiti o diabete. Chi non ha una casa è più soggetto di altri ad ammalarsi: vive al caldo d’estate e al freddo d’inverno, mangia male, si trova in contesti di scarsa igiene e non può curarsi. Con malattie più serie, è tutto più grave. Lo stato di salute di una persona può peggiorare enormemente, con rischi per la sua stessa vita e aggravi per la spesa sanitaria. Se una persona viene curata subito, si può riprendere e migliorare. Se non si interviene, può morire e le cure costano molto di più. Ricordo il caso di un nostro assistito che viveva in strada. Aveva avuto un’ischemia che gli aveva paralizzato parte del corpo. Se fosse stato curato prima, avrebbe potuto avere una vita quasi normale. Invece fu lasciato in strada in inverno, ebbe un congelamento grave e dovette subire l’amputazione di gambe e braccia. A quel punto, il sistema sanitario si accorse di lui e lo accolse in una struttura dove la permanenza costa migliaia di euro al mese. Basta moltiplicare questo caso per le decine di migliaia di persone che vivono in strada per capire che i benefici, in termini di vite umane e di spesa pubblica, saranno enormi”.
Come saranno monitorati e valutati i risultati della legge, soprattutto in relazione al numero di persone assistite e alle criticità eventualmente emerse?
“Anche per questo dobbiamo attendere i decreti attuativi. In Emilia-Romagna, dove la legge regionale è stata approvata da due anni, stiamo raccogliendo i dati delle persone senza dimora che hanno potuto scegliere il medico di base. Sono dinamiche non immediate, ma siamo sicuri che i benefici, sia sul breve che sul lungo periodo, saranno enormi”.

Qual è stato il ruolo delle associazioni, come ‘Avvocato di strada Odv’, nel raggiungimento di questo importante traguardo legislativo?
“Il ruolo delle associazioni credo sia stato fondamentale. Ci siamo trovati a fare una battaglia ‘in direzione ostinata e contraria’ e non è sempre stato facile mantenere l’attenzione e la costanza. Negli anni abbiamo organizzato convegni, corsi di formazione, seminari e udienze conoscitive. Abbiamo scritto comunicati stampa, articoli e documenti. La prima proposta di legge siamo riusciti a farla depositare in parlamento nel 2013. Ogni volta sembrava fossimo a buon punto, ma poi la legislatura finiva e bisognava ricominciare da capo. Adesso, finalmente, la legge è una realtà e, se è stata approvata, devo ringraziare i vari parlamentari che negli anni hanno accolto la nostra istanza, tutti i volontari di Avvocato di strada, la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (Fio.psd) e tutte le altre associazioni che hanno condiviso la nostra battaglia. Questo quadro di impegno e dedizione rende evidente quanto lavoro sia stato necessario per ottenere un risultato che oggi potrà migliorare la vita di migliaia di persone”.
L’approvazione della legge che garantisce l’accesso al medico di base per le persone senza dimora rappresenta un traguardo fondamentale, non solo sul piano sanitario, ma anche su quello sociale e culturale. Il lungo iter per giungere a questa conquista solleva, tuttavia, interrogativi cruciali sul trattamento delle persone che vivono in condizioni di estrema marginalità e sul diritto universale alla salute. In Italia, il diritto alla salute è sancito dall’articolo 32 della Costituzione, che lo definisce come un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività. Nonostante ciò, per anni, alle persone senza dimora è stato negato l’accesso al medico di base, relegandole a un sistema di assistenza di emergenza spesso tardivo e inefficace.
Questa esclusione ha avuto conseguenze drammatiche: le persone senza casa, già più vulnerabili a malattie croniche e infezioni, si sono ritrovate a vivere in una spirale di peggioramento fisico e psicologico, aggravata dall’impossibilità di accedere a cure preventive e continuative. La condizione di chi vive in strada è estremamente complessa: si tratta di individui che, a causa di eventi traumatici, si sono trovati senza un tetto e senza una rete sociale di supporto. Per queste persone, il mancato accesso all’assistenza sanitaria non è solo una negazione di diritti fondamentali, ma un ulteriore ostacolo per cercare di uscire dalla marginalità. La salute è una precondizione essenziale per il reinserimento sociale: senza di essa, diventa quasi impossibile trovare un lavoro, costruire relazioni o anche solo immaginare un futuro migliore.
Il sistema sanitario è stato finora concepito in modo da escludere chi non può dimostrare una residenza stabile. Questo approccio burocratico ha creato un vuoto di tutele per le persone senza dimora, rendendole invisibili agli occhi delle istituzioni.
La nuova normativa rappresenta quindi un riconoscimento simbolico e pratico della loro esistenza, un primo passo per reintegrarle nel tessuto sociale e garantire loro dignità. Ma c’è ancora molto da fare. La sfida non si conclude con l’approvazione della legge: sarà necessario monitorare attentamente la sua attuazione, sensibilizzare ulteriormente l’opinione pubblica e rafforzare le politiche di inclusione sociale.
L’accesso al medico di base è solo l’inizio. Serve un approccio integrato che combini l’assistenza sanitaria con interventi di supporto abitativo, lavorativo e psicologico. Questa legge ci ricorda che una società giusta e solidale non può permettersi di dimenticare i suoi membri più vulnerabili. Garantire il diritto alla salute a chi vive in strada non è solo una questione di umanità, ma un dovere civico che rafforza il senso stesso di comunità e di coesione sociale.

